L’etnia di un doppiatore dovrebbe corrispondere a quella del personaggio sullo schermo?

In questo articolo Alberto Pigliapochi ti parlerà di:

Immagina di addormentarti in un lungo sonno criogenico nel 1999 come nell’iconico episodio di Futurama, in attesa di tempi migliori.

Punti la sveglia a circa venti anni dopo, nel 2021.

Fatto? Fantastico.

Ora immagina di risvegliarti con la sicurezza che l’umanità nel frattempo sia progredita verso nuovi orizzonti mai visti prima.

Fatto anche questo? Perfetto.

Adesso immagina la tua delusione quando invece vieni a sapere che, tra una pandemia e un disastro naturale, frammenti di razzi in caduta libera e proliferazione di fake news, l’umanità sia arrivata ad un punto di non ritorno per quanto riguarda la tensione sociale su numerosi temi oggetto di dibattito pubblico.

Fino a coinvolgere una delle arti italiane maggiormente riconosciute nel mondo, come il doppiaggio.

La Cancel Culture

Occorre una doverosa premessa.

Ogni epoca ha le sue battaglie, in ogni epoca la “massa” si è indignata e ha promosso battaglie in nome dei valori o dei temi più differenti.

Nell’era di Internet succede che questi malcontenti si diffondano molto più frequentemente e con molta più risonanza, arrivando ad avere effetti importanti o comunque a scatenare dibattiti a livello mondiale.

La cosiddetta “Cancel Culture” è un prodotto dello sviluppo degli eventi, che non va sottovalutato se vogliamo con occhio critico muoverci verso un futuro più luminoso.

Ma che cos’è la cancel culture?

Si tratta di tutto l’insieme di atteggiamenti socio-culturali nato ed evolutosi negli Stati Uniti e successivamente in tutto il mondo occidentale, che auspicano la cancellazione di tutti quei personaggi, atteggiamenti, opere ed elementi storici alle quali vengono attribuiti valori che nella sensibilità moderna sono ritenuti deprecabili o offensivi.

L’evento che ha dato un forte impulso mediatico a questa moderna forma di ostracismo è stata l’uccisione di George Floyd, afro-americano soffocato ed ucciso da un poliziotto di Minneapolis il 25 maggio del 2020. In seguito a questo evento la situazione è inesorabilmente precipitata.

In occasione delle proteste per la barbara uccisione dell’uomo, abbiamo assistito ad una vera e propria crociata contro i presunti simboli di una secolarizzazione di soprusi, come ad esempio l’abbattimento di numerose statue, tra cui quella di Cristoforo Colombo.

Ebbene sì. Avete sentito bene. Il navigatore più celebre del mondo ridotto a capro espiatorio per i nostri peccati verso la comunità afro-americana. Colombo è stato ritenuto colpevole di aver dato inizio a quella che sarà una crescente storia di soggiogazione della popolazione africana, i cui discendenti ancora oggi sono costretti a lottare per i loro diritti che faticano ad ottenere.

In questo caso la Cancel Culture viene applicata sostenendo una rivisitazione storica, altre volte si appella al “Politicamente Corretto” per ostacolare la carriera di alcune persone che hanno compiuto atti ritenuti offensivi per alcuni.

Perché ne sto parlando?

Il crescente sdegno generatosi da una situazione discriminatoria ormai insostenibile si è espansa a macchia d’olio, infilandosi in ogni ambito della nostra comunità. Senza risparmiare niente e nessuno, è andata a prendersi la rivincita su un eccellenza tipicamente americana: l’intrattenimento.

Stai cominciando a capire?

La Cancel Culture nell’Arte del Doppiaggio

Nel sacrosanto tentativo di affermare più diritti ed uguaglianza, spesso le personalità attive per le categorie discriminate tendono a travolgere ambiti come l’arte.

Arrivando al nostro ambito, si è arrivati a sostenere che facendo doppiare le battute di attori neri da doppiatori bianchi ci si sarebbe appropriati di tratti culturali non giustificati e di aver tradito la natura stessa dei personaggi messi in scena.

Molte case di produzione americane sempre più spesso richiedono agli studi esteri che i doppiatori appartengano alla stessa etnia dell’attore.

Sono state anche mosse critiche analoghe da parte di molta della stampa e dei giornalisti affiliati a questa “new wave”, asserendo la mancanza di attenzione ai particolari da parte dei direttori di doppiaggio e di tutto il comparto tecnico, che da decenni ci vede tra i migliori interpreti di questa arte.

Addentriamoci nel cuore della argomentazione mossa a tal proposito.

Proviamo a porci una domanda cruciale:

In che modo la scelta di un doppiatore appartenente alla medesima etnia dell’attore su schermo influenza la resa recitativa?

La risposta è: in nessun modo.

 

La voce non ha razza

In primo luogo bisogna tenere conto che la voce è un parametro universale ed immateriale, slegato completamente da qualsivoglia associazione socio-culturale.

Non esistono voci più “bianche” di altre, tantomeno più nere o più asiatiche.

Le differenze di timbro non corrispondono a differenze razziali, né sono associabili ad etnie specifiche.

Dunque questo primo motivo dovrebbe essere più che sufficiente ad abbandonare ogni tipo di problema al riguardo.

 

Stessa etnia non vuol dire stessa cultura

In seconda battuta, sorge un’altra contraddizione.

In che modo un doppiatore di colore, italiano, cresciuto qui e quindi con lo stesso tipo di impostazione di tutti gli altri suoi colleghi si avvicinerebbe di più al personaggio culturalmente e linguisticamente diverso?

La risposta è sempre la medesima: in nessuna.

Dal punto di vista del doppiaggio, il solo fatto dell’etnia in comune non rende necessariamente più idoneo un doppiatore che culturalmente è identico a tutti gli altri colleghi.

 

Criteri meritocratici

Se anche ci fosse in Italia al momento un valido doppiatore dell’etnia corrispondente al personaggio assegnatogli, verrebbe comunque messo alla prova allo stesso modo di un qualunque suo collega bianco, nero, asiatico, latino o marziano.

Tutti i doppiatori dovrebbero gareggiare con gli stessi identici mezzi, poiché il lavoro di doppiaggio richiederebbe le stessi identiche abilità.

Ma questo sembra importare poco a chi come gli Americani non vive la necessità di un doppiaggio pensato ma soprattutto all’altezza. Negli Usa infatti il ricorso al doppiaggio è necessario solo in rari casi come nei film d’animazione, nei videogiochi o nei film d’importazione (comunque appartenenti ad una percentuale estremamente inferiore alla nostra in termini di numeri).

Per quale motivo un direttore di uno studio dovrebbe selezionare un doppiatore primariamente per la propria etnia scavalcando il talento e la preparazione? Non è forse questa una discriminazione ancora peggiore ed invalidante? Lascio ai lettori le conclusioni da trarre.

 

A chi spetta decidere?

In ultimo, ma non per importanza, un tassello fondamentale di tutta la faccenda:

Le produzioni americane detengono da sempre il diritto di accettare o meno le candidature proposte dalle produzioni italiane. Sono loro che hanno sempre l’ultima parola sui doppiatori che si sottopongono ai provini. Dunque prendersela con le scelte artistiche di chi gestisce il carrozzone in Italia appare quantomeno fuori luogo.

 

L’arte deve essere libera

Il vero problema che sorge in questi casi è assoggettare l’Arte a tutti quei ragionamenti legittimamente portati avanti in ambiti diversi.

L’arte (in questo caso il doppiaggio), per sua natura, non può e non deve essere assoggettata ad alcun tipo di paletto.

Non parleremmo altrimenti di creatività, ma di puro artificio. Forse, più banalmente, dovremmo imparare a distinguere le battaglie giuste da quelle iper-morali, per evitare di degenerare in una incontrollata caduta verso futuri distopici e piuttosto inquietanti.

Il progresso non è una linea retta che va da un punto A ad un punto B. Metaforicamente parlando assomiglia molto di più ad un dito che scorre le stazioni radio cercando la giusta lunghezza d’onda. Tornando indietro, cercando l’equilibrio esatto per ascoltare la musica migliore possibile con il segnale più nitido.

Forse abbiamo solo bisogno di questo.
Trovare la frequenza più giusta per noi.

Tra tanti passi falsi e stazioni radio inascoltabili, prima o poi, troveremo il nostro equilibrio.

E suonerà la musica giusta.

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