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La censura in Italia ai tempi del fascismo

La censura in Italia ai tempi del fascismo

Indice dell'articolo

Oggi vi voglio raccontare di come se la passavano i teatranti durante uno dei periodi più neri della storia italiana: il ventennio fascista.

Vi parlerò del teatro come propaganda. Della censura, di come veniva applicata.

E di come molti artisti arrivassero addirittura ad autocensurarsi, pur di compiacere il regime fascista e realizzare le loro messinscene.

La censura teatrale, prima del Fascismo

Prima di parlare della censura teatrale durante il fascismo, è bene parlare della situazione dei teatranti italiani durante gli anni precedenti.

La censura teatrale, infatti, esisteva già nel Regno d’Italia, non è stata introdotta dal regime fascista.

E già a partire dagli ultimi decenni dell’ottocento rendeva particolarmente difficile la vita alle compagnie teatrali.

All’epoca in Italia, il teatro era fondato su un grande sistema di compagnie di giro, che proponevano i loro spettacoli ai teatri delle varie città della penisola.

La censura non veniva amministrata da un organo centrale dello Stato, ma veniva delegata ai prefetti del Regno.

Quest’ultimi avevano il compito di vagliare ogni singolo testo teatrale che le compagnie avevano intenzione di mettere in scena nella città che amministravano. E quindi erano loro a dare il consenso o meno per la messinscena.

Un sistema di censura decentralizzato creava disagio e incertezza per le compagnie di giro.

Non di rado, infatti, potevano avere il via libera per la loro rappresentazione in una città, per poi ricevere un divieto per la stessa messinscena in una città vicina.

Per questo motivo, molto spesso le compagnie dovevano ingegnarsi e avere a disposizione un copione di riserva da mettere in scena, nel caso in cui venisse censurato il copione principale della tournée.

La censura teatrale negli anni venti

Quando il Fascismo arrivò al potere, nel 1922, la situazione della censura teatrale in Italia rimase pressoché invariata. Era ancora decentralizzata e delegata ai singoli prefetti delle città.

Le compagnie di giro e i singoli artisti, quindi, ancora vivevano una situazione di assoluta incertezza.

Ma alcuni di loro, potendo beneficiare del consenso del Duce, aggiravano la censura.

Benito Mussolini, infatti, non di rado poteva dare il suo personale beneplacito, consentendo la messinscena di spettacoli che inizialmente erano stati vietati dai prefetti.

Ed essendo Mussolini il Duce, ovviamente il suo giudizio era insindacabile e non sottoposto a contraddittorio.

Questo sistema di censura, tuttavia, ben presto fece insorgere problematiche che solo un organo centrale poteva risolvere.

Il caso del drammaturgo Roberto Bracco

Emblematico fu il caso che vide coinvolto il drammaturgo Roberto Bracco.

Negli anni venti del novecento, Bracco era un anziano drammaturgo molto apprezzato in Italia.

Tuttavia, con l’avvento del fascismo le cose per Bracco cambiarono a causa delle sue idee politiche.

Roberto Bracco fu parlamentare dell’opposizione dal 1924 e tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce.

Il suo attivismo politico lo portò perciò ad essere tagliato fuori dalle scene, attraverso la censura teatrale dei prefetti. E, come se non bastasse, gli intellettuali vicini al fascismo lo criticavano aspramente come rappresentante di un “teatro vecchio”, ormai sorpassato.

Il drammaturgo Roberto Bracco

La messinscena de “I Pazzi”

Dopo alcuni anni in cui Bracco fu bandito da ogni settore artistico, la sua opera teatrale “I pazzi” debuttò a Napoli nel giugno del 1929.

Ciò fu possibile grazie all’intervento dell’attrice Emma Gramatica, che godendo del favore del Duce, intercedette per l’amico aggirando di fatto la censura.

Lo spettacolo ottenne un grande successo di pubblico, nonostante l’opera in questione fosse di un autore non allineato al fascismo.

Tuttavia, le cose cambiarono quando “I pazzi” venne messo in scena a Roma, poche settimane più tardi. Il successo dell’opera a Napoli venne visto dai fascisti più radicali come una manifestazione di antifascismo intellettuale.

E così, la messinscena romana venne bruscamente interrotta dagli squadristi fascisti.

Il Ministero per la Cultura Popolare

Questo episodio, insieme ad altri come quello dell’autore Sem Benelli, portò i vertici del fascismo a prendere seri provvedimenti.

Negli anni trenta la dittatura fascista si era ormai consolidata. Mussolini aveva intuito che nei confronti del cinema e del teatro era riduttivo portare avanti solo una forte azione censoria.

Era invece fondamentale e necessario fare del cinema e del teatro i mezzi perfetti della propaganda fascista.

Con questo duplice obiettivo, il regime fascista decise di affidare la censura teatrale all’ufficio unico del Ministero dell’Interno, del tutto simile all’ufficio unico che dal 1913 si occupava della censura cinematografica.

In un secondo momento tale ufficio passò sotto la direzione di un ministero appositamente creato nel maggio del 1937, il Ministero per la Cultura Popolare.

Il Ministero quindi si occupava sia della censura che di propagandare i valori fascisti proprio attraverso l’arte e lo spettacolo.

Per quanto riguarda il teatro, vennero istituite iniziative artistiche che si rivolgevano al popolo italiano, con l’intenzione di farlo sentire parte dell’identità fascista.

Nacque il Sabato Teatrale Fascista che aveva l’obiettivo di avvicinare le fasce più povere della popolazione al teatro, attraverso un costo del biglietto davvero basso. Teatro che, inutile dirlo, era composto da spettacoli conformi ai valori fascisti.

Importante fu anche l’iniziativa dei Carri di Tespi.

Si ispirava al teatro portato avanti dai guitti, nel tardo ottocento. Quest’ultimi compivano le loro tournée teatrali attraverso un carro ligneo, sul quale allestivano le scene dei loro spettacoli.

Allo stesso modo, l’iniziativa fascista per diffondere il teatro anche nelle località più remote del regno, si servì di ben quattro enormi autocarri (tre per la prosa e uno per la lirica) su cui si allestivano gli spettacoli.

Anche in questo caso, si trattava di spettacoli che rispecchiassero i valori del regime.

Il viceprefetto Leopoldo Zurlo, nel suo ufficio

Il zelante viceprefetto Zurlo

L’ufficio dedicato alla censura teatrale venne affidato al viceprefetto Leopoldo Zurlo nel 1931.

Zurlo fece un lavoro davvero efficiente e nei suoi tredici anni di attività esaminò con estrema attenzione ben 18.000 copioni teatrali.

Era un uomo di grande cultura e portò avanti la sua mansione con grande abilità.

Il veceprefetto non aveva, infatti, nei confronti degli artisti un atteggiamento ostile e diventò nel giro di poco tempo un intermediario tra quest’ultimi e il potere fascista.

Sebbene portasse avanti una vera e propria azione censoria, Zurlo si proponeva nei confronti di autori, impresari e capocomici come un amico.

I veti della censura teatrale non erano percepiti come tali dagli artisti, ma visti come dei preziosi consigli che Zurlo elargiva, affinché i loro lavori teatrali potessero andare in scena, senza scontrarsi col regime.

Col passare del tempo, l’atteggiamento amichevole di Zurlo fece talmente presa nell’ambiente teatrale, che gli stessi autori spesso chiedevano preventivamente a Zurlo consigli mentre scrivevano i loro copioni.

In definitiva, senza nemmeno rendersene conto, gli stessi artisti si autocensuravano per compiacere il regime fascista.

La Censura fascista durante la seconda guerra mondiale

Durante il fascismo, fare satira di costume o satira politica era pressoché impossibile e comunque assai rischioso.

Il teatro di Rivista, sebbene fosse sotto il controllo della censura fin dagli anni venti, durante la Seconda Guerra Mondiale era diventato una sorta di sorvegliato speciale, in quanto teatro comico che sbeffeggiava l’attualità. E i suoi artisti potevano rischiare di venire denunciati alla Polizia fascista.

Tra questi, vale la pena nominare Totò, che negli anni quaranta portò in scena svariate riviste.

Il grande Totò

Totò e il potere nazifascista

Con l’evolversi del conflitto molti artisti, tra cui il nostro Totò, iniziarono a ribellarsi al potere censorio del regime, diventando sempre più audaci.

Ad esempio, nel Maggio del 1944 la rivista “Che ti sei messo in testa?” creò non pochi problemi al Principe della Risata, poiché lo spettacolo si riferiva, velatamente, ai Nazisti che stavano occupando l’Italia.

Dopo le primissime rappresentazioni al Teatro Valle di Roma, Totò venne dapprima intimorito con una bomba all’ingresso del teatro e successivamente denunciato alla Polizia, con un telegramma dal Comando Tedesco.

Totò venne avvisato della denuncia con una telefonata anonima e, in un primo momento, riuscì a nascondersi dalla Polizia a casa di un amico.

Ma non si trattava di un rifugio troppo sicuro, visto che alcuni ammiratori lo avevano riconosciuto.

Si nascose quindi nell’abitazione dei genitori, dove rimase segregato fino al 4 giugno, giorno della Liberazione della Capitale.

Totò sbeffeggia Hitler

La capitale era libera, ma ancora lo spettro del nazifascismo non era sconfitto.

Totò non si era certo lasciato intimorire e alla prima occasione tornò a sbeffeggiare pesantemente il potere nazifascista.

Lo fece quando tornò a recitare con la messinscena della rivista “Con un palmo di naso” .

La presa in giro si fece poi ancora più spietata in seguito all’attentato del 20 luglio 1944, uno dei tanti orditi per uccidere Hitler.

Durante una sua messinscena, Totò rappresentò un Hitler particolarmente goffo e ridicolo, con un braccio ingessato e i baffetti che gli facevano il solletico, mandando l’intera platea in estasi.

Il nostro Principe della Risata in seguito affermò:

“Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito.”

L’arte è libertà

La storia ci insegna che il teatro, il cinema e lo spettacolo non possono rimanere imbrigliati per sempre dentro la censura.

La cultura può essere certo uno strumento di propaganda, ma non è nella sua natura esserlo.

L’arte è espressione di un individuo e del suo modo di vedere il mondo che lo circonda.

L’arte, inoltre, può contribuire alla formazione di un individuo e di un’intera società. Il suo valore è alto, magnifico.

L’arte è preziosa. E come tale deve essere libera. Sempre.

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