Quando pensi al teatro, probabilmente ti vengono in mente poltroncine rosse, palchetti eleganti e applausi educati.
Ma c’è stato un tempo in cui il teatro era fumo in sala, battute, canzoni, risate. Aveva tanti nomi: avanspettacolo, teatro varietà, teatro di rivista. In una parola, era il teatro popolare.
Quello delle persone comuni, degli operai, della strada.
Una vera palestra per artisti come Eduardo De Filippo, Totò, Aldo Fabrizi, cresciuti a contatto diretto con il pubblico.
Cos’è (davvero) il teatro popolare
Il teatro popolare nasce fuori dai salotti buoni.
Vive del rapporto diretto con gli spettatori, che non stanno zitti e buoni a guardare. Ma reagiscono, commentano, ridono, protestano.
È un teatro accessibile, diretto, vitale. È fatto di contaminazioni: prosa, musica, canto, improvvisazione.
Gli attori condividono la scena con soubrette, cantanti, macchiette. E il pubblico è parte dello spettacolo.
Ma per capirne le origini dobbiamo fare un salto in Francia.
Dal vaudeville francese al teatro napoletano
Tra Settecento e Ottocento in Francia si afferma il vaudeville: commedie brillanti, intrighi, equivoci, satira e canzoni su melodie famose al pubblico.
Con l’Ottocento il vaudeville entra nei café-concert e diventa sempre più breve, musicale e popolare, fino a esplodere nelle farse comiche di autori come Labiche e Feydeau.
Quel modello arriva anche in Italia.
E a Napoli trova un interprete geniale: Eduardo Scarpetta.

Eduardo Scarpetta: il vaudeville in salsa napoletana
Scarpetta è una figura chiave del teatro popolare italiano tra fine Ottocento e primo Novecento.
Cresce sulle scene fin da giovanissimo e diventa celebre con la maschera di Felice Sciosciammocca, personaggio ingenuo, rapido, irresistibile nei tempi comici.
Da capocomico fonda una sua compagnia e alterna adattamenti delle farse francesi a testi originali, come la celebre Miseria e nobiltà.
Le sue commedie sono macchine perfette di equivoci, dialoghi serrati e finali che rimettono ordine dopo il caos.
Un teatro popolare, sì, ma costruito con grande mestiere.
Ettore Petrolini: il varietà diventa arte
Se Napoli ha Scarpetta, Roma ha Ettore Petrolini.
Qui il teatro popolare prende la forma del varietà, dei caffè-concerto, delle macchiette.
Petrolini improvvisa, dialoga col pubblico, gioca con il linguaggio e il paradosso.
Le sue macchiette — Gastone, Fortunello, Nerone — diventano veri personaggi, con una comicità surreale e spesso corrosiva.
Sul palco è un mattatore assoluto: tutto ruota attorno a lui.
La sua influenza sarà enorme, tanto da renderlo un precursore del cabaret e, per certi versi, persino della stand-up comedy.
Teatro di rivista e avanspettacolo: ridere sul filo del rasoio
Dal varietà nascono due forme fondamentali del teatro popolare del Novecento.
Il teatro di rivista si afferma tra gli anni Dieci e Trenta: spettacoli leggeri che mescolano prosa, canto, ballo, macchiette e satira di costume, spesso sorvegliata dalla censura.
L’avanspettacolo, invece, nasce nei cinema-teatri: prima del film vanno in scena numeri brevi per “scaldare” la sala.
È un teatro povero di mezzi, rapidissimo, basato sul ritmo e sull’interazione col pubblico.
Ed è proprio qui che si formano artisti come Totò, Macario, Anna Magnani, Wanda Osiris.
Durante il fascismo, fare satira è pericoloso.
Il comico deve essere intelligente, allusivo, rapido. Un passo falso può costare caro.

Camerini, censura e colpi di genio
Il teatro popolare è fatto anche di storie dietro le quinte.
Totò, durante l’occupazione nazista di Roma, porta in scena spettacoli pieni di allusioni contro il regime.
Subisce minacce, denunce, persino un attentato. Eppure non smette mai.
Dirà più tardi una frase che riassume perfettamente lo spirito del teatro popolare:
“Il ridicolo era l’unico mezzo che avevo: il potere odia le risate.”
Anche l’amicizia fa parte di questo mondo.
Eduardo De Filippo racconta di un giovane Totò che, durante una tournée, lo va a trovare ogni sera quando è malato, lo fa ridere, lo tiene compagnia.
Il teatro popolare non è solo palcoscenico: è cura, solidarietà, umanità.
E poi c’è il pubblico.
Difficile, imprevedibile, a volte ostile.
Petrolini lo sapeva bene.
Quando qualcuno lo fischiava, lui non si irrigidiva: reagiva, ribaltava la situazione, trasformava un attacco in un applauso.
Nel teatro popolare il pubblico non è un problema da evitare: è una forza da governare.
Perché il teatro popolare conta ancora oggi
Da quella palestra di improvvisazione nasce gran parte della comicità moderna:
il cabaret, la stand-up, il rapporto diretto con chi guarda.
La sfida è sempre la stessa: parlare con il pubblico, non solo al pubblico.
Ecco perché il teatro popolare non è un reperto da museo.
È una forma viva, che si trasforma, attraversa i secoli e continua a parlarci.
Perché cambia il mondo, cambiano i mezzi…
ma il bisogno di ridere insieme, di riconoscersi, di sfidare il potere con l’intelligenza, resta sempre lo stesso.
