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Drammaturgia collettiva, la forza imbattibile del pensare insieme

Drammaturgia collettiva, la forza imbattibile del pensare insieme

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Che cos’è la Drammaturgia collettiva e in che cosa consiste questo particolare tipo di esperienza corale che coinvolge la scrittura scenica? Quali i suoi punti di forza rispetto alla drammaturgia individuale? Per approfondire l’argomento Teatro per Tutti intervista Anna Maria Bruni di Roma, attrice, regista e autrice. 

Tra i suoi più recenti lavori, Plastic Free. Noi siamo la materia, Desdemona è tornata (parte di una trilogia sulla violenza di genere) elaborati con le donne del centro antiviolenza Spazio Donna San Basilio (Be Free). Con quest’ultimo ha tenuto un laboratorio teatrale da cui è partito il progetto “Il Filo di Arianna”, ora alla quarta edizione, con cui sta tessendo una rete in giro per l’Italia fra C.A.V. e Case delle Donne attraverso il teatro. 

Della trilogia fa parte il monologo Marilyn’blues, il cui studio completo ha debuttato ora al teatro Aniene di Roma. Fondatrice, nel 1995, dell’associazione Spazio Libero Teatro, è anche giornalista, ha scritto per il manifesto e collaborato con micromega.org, mentre ora dirige la webzine Lo sguardo scenico

Ha frequentato la scuola di recitazione e regia diretta da Vanna Polverosi e i workshop con Susan Strasberg per conoscere le tecniche dell’Actor’Studio. Decisivo l’incontro con Cathy Marchand e GaryBrackett del Living Theatre, con i quali è andata in scena nei due spettacoli storici Archeologia del sonno e Mysteries andsmall pieces al FAI di Carrara. Attraverso l’esperienza con Anja Jgiel e Massimiliano Mengali ha approfondito invece le tecniche del Teatr Laboratorium di Grotowski e con Mamadou Dioume il lavoro di Peter Brook.

Proprio grazie al suo denso background dal 2020 ha sviluppato e portato avanti il laboratorio di drammaturgia collettiva, aperto sia agli amanti della scrittura drammaturgica che agli attori,. Ma anche a chi voglia conoscere più da vicino il teatro attraverso una modalità di scrittura corale. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Anna Maria Bruni, ideatrice e insegnante del Laboratorio di Drammaturgia Collettiva
Anna Maria Bruni, ideatrice e insegnante del Laboratorio di Drammaturgia Collettiva.
Foto di Sergio Battista

Come è nata l’idea di un laboratorio di drammaturgia collettiva

Com’è nato il progetto di una drammaturgia collettiva e quali sono le sue finalità?

“È nato grazie all’aggiudicazione del bando del III Municipio di Roma LibrArti, finalizzato a promuovere la collaborazione fra librerie e associazioni/compagnie teatrali. Mi ha fornito l’input per dare vita al laboratorio di drammaturgia collettiva. Una sorta di compagnia, seppur temporanea, dove i partecipanti modellano i propri personaggi, si confrontano con le dinamiche di relazione, con la paura o la necessità del conflitto, la sua ricchezza, la ricomposizione. 

Il laboratorio di drammaturgia collettiva che ho proposto era però concomitante al Covid-19 e al conseguente lockdown, per cui gli incontri avvenivano solamente online. Questo ha fatto sì che si trasformasse da attività dal vivo a scrittura, o meglio ad una rielaborazione dalla scena che si è man mano rafforzata ed è stata fulminante. Mi accorgevo che assistevo alla maturazione del profilo dei personaggi, grazie al confronto con i partecipanti, con i quali oltretutto si riconfigura la tua stessa identità di autrice e del lavoro a cui hai dato vita. A maggior ragione ciò avviene in un contesto in cui ti trovi a dover inventare di sana pianta i personaggi del gruppo di partecipanti che si è formato.

Il laboratorio di esordio prosegue da 3 anni, con un avvicendamento dei partecipanti, ma anche con diverse persone che hanno deciso di rimanere e sono presenti tuttora. Ad oggi abbiamo composto 3 testi che vorremmo portare all’attenzione di una casa editrice interessata al progetto e con la nostra stessa volontà di rilanciare la lettura dei testi teatrali. 

Credo sarebbe uno step importante per far conoscere e diffondere questa modalità di scrittura e drammaturgia che ha molteplici declinazioni e si rivolge tanto agli aspiranti drammaturghi quanto agli attori, che siano professionisti o meno, quanto a chi desidera un’esperienza simile alla teatroterapia (per esplicita ammissione di qualche partecipante!). A molti inoltre piace il teatro, ma desiderano affrontarlo e farne esperienza attraverso il canale della scrittura piuttosto che attraverso quello della recitazione. Questo certamente amplia molto il target a cui questi laboratori si rivolgono. 

La possibilità di un’esperienza corale della drammaturgia

Attraverso la drammaturgia collettiva è possibile un’esperienza creativa corale del testo drammaturgico. Questa scelta inoltre segna l’originalità dell’esperienza stessa. Senz’altro quella del collettivo bolognese Wu-Ming, nata negli anni 2000, che pubblica romanzi,è stata la prima, ma il testo teatrale consente il lavoro collettivo non solo nel confronto ma anche nella stesura, cosa che la scrittura di un romanzo non permette. In un momento successivo mi piacerebbe anche portare in scena questi testi e realizzare podcast, ma ovviamente l’impegno è diverso, anche dal punto di vista economico”.

A proposito di esperienza corale, si potrebbe dire che questa esperienza vuole riprendere in parte ma in forma scritta quella del coro nel teatro greco antico?

“Sì, si potrebbe. In questo caso però la sua funzione sarebbe piuttosto quella di rivendicare il ruolo del teatro nella società attuale che è quello di fare domande, stimolare dibattiti, mettere in moto cervelli piuttosto che distrarli o riportare all’ordine costituito. Ecco, io trovo che il teatro oggi sia molto frammentato e che questo ruolo rischi di venir meno”.

Si parte da un incipit fornito dalla regista per arrivare a riflettere sulla realtà

Quali sono le caratteristiche principali di un laboratorio di drammaturgia collettiva sia per quanto riguarda il punto di partenza, sia riguardo l’esito finale?

“Premetto che io credo molto nel lavoro pratico piuttosto che nella lezione frontale. Diciamo che ‘butto’ i partecipanti nel mezzo del lavoro dopo aver fornito loro un incipit, per quel che riguarda la forma classica della drammaturgia. Per il laboratorio di drammaturgia collettiva di quest’anno invece ho proposto una scrittura scenica che ruota intorno alla fatica della relazione oggi, quando è chiusa nella gabbia dorata del privilegio. Fatica che si trasforma in incapacità di trovare vie di uscita e degenera nelle guerre a cui stiamo assistendo impotenti. 

Sono partita da un impianto scenico che ho fornito ai partecipanti e ho suggerito loro alcuni profili di persone privilegiate, per dare loro un primo input. Tutti molto abitati da se stessi, piuttosto che essere proiettati sulla relazione con l’altro. Dopodiché ho chiesto loro di cercare fra i personaggi pubblici, chi secondo loro rientrasse nelle tipologie proposte e purtroppo abbiamo fin troppi esempi. Questo incipit porta così alla consapevolezza di vivere un eterno presente, dove le relazioni non evolvono ma retrocedono, si sclerotizzano e ritornano alla risposta primitiva del conflitto armato e dell’annullamento dell’altro. Lo scopo è creare situazioni che ci portino a una riflessione”. 

Scrivere permette al partecipante di scegliere ciò che intende comunicare in scena

Perché secondo te è stato necessario questo passaggio alla scrittura collettiva di un testo? 

“Rendersi autori vuol dire prendere maggiormente in mano le redini, per incidere sul reale. C’è la possibilità di una scelta su ciò che si vuol comunicare sulla scena anziché limitarsi ad interpretare un testo scritto da altri e/o farsi dirigere. Scrivere è un’ulteriore presa di posizione. Certo, il mio è sempre un approccio divertente, giocoso, ma non superficiale. Desidero che si possa esprimere la propria visione delle cose, senza il parlato ideologico, ma perché fa parte di te. Questa modalità permette di dire le cose in modo più semplice e diretto, toccando anche temi impegnativi come la guerra, senza essere pesanti. Perché il teatro è drammaticità e leggerezza, e molto sta nel saper fondere insieme questi due aspetti, perché fanno parte della vita”. 

Lavoratorio di Drammaturgia collettiva, di Anna Maria Bruni
Foto di scena

Quali sono i punti di forza di quella che tu chiami intelligenza collettiva rispetto alla scrittura drammaturgica individuale e perché muoversi in questa direzione?

“L’intelligenza collettiva secondo me è una forza imbattibile, insuperabile. Quando tante menti lavorano insieme restituiscono a ciascuno di noi la giusta dimensione del proprio Io. Senza nulla togliere, è chiaro, allo spessore del lavoro individuale. In Italia il teatro è ancora molto autoreferenziale, mentre all’estero prevale una mentalità più aperta, collaborativa, disponibile a riconoscere il talento altrui e le esperienze di questo genere sono molto più consolidate”.

Tanti diversi stili di scrittura per creare una vasta gamma di personaggi

A chi è rivolto principalmente il tuo laboratorio di drammaturgia collettiva e che tipo di utenza attrae riguardo le fascia d’età e la formazione?

“Per quel che riguarda la formazione, ci sono diversi attori che si avvicinano all’esperienza della scrittura drammaturgica collettiva per completare o ampliare il loro percorso. In generale, però, direi che la maggior parte dei partecipanti sono amanti della scrittura drammaturgica piuttosto che della recitazione. La fascia d’età è molto ampia, si va dai 20 ai 60 anni con una grande varietà di stili di scrittura. Da quello aulico che caratterizza magari le persone più adulte a quello più fresco e immediato dei giovani. Ogni stile però racconta del vissuto emozionale e culturale della persona. Offre quindi spunti creativi per elaborare e dar vita a una vasta gamma di personaggi”.

Spettacoli e critica teatrale. Tu sei anche giornalista, che rapporto c’è oggi tra queste due realtà? Ritieni che il giornalismo riesca a comunicare in modo efficace l’attrattiva del teatro al pubblico oppure il teatro rimane ancora destinato a un pubblico di nicchia?

“Devo darti atto che spesso è così, nel senso che scrivere sul teatro in modo troppo tecnico, alla fine, trasmette al potenziale spettatore una sensazione di inaccessibilità. Per cui alla fine chi non ha una conoscenza approfondita sul teatro si rivolge a spettacoli di puro intrattenimento piuttosto che al teatro di ricerca o in genere a un teatro più impegnativo. Ed è un peccato, perché alla fine si crea questa divaricazione tra teatro d’evasione e teatro d’impegno, con due differenti tipologie di pubblico. Ma il teatro è uno solo, con tante diverse declinazioni. La stessa comicità ha tante sfumature ed è presente anche in autori considerati impegnativi”. 

Le figure di riferimento e la definizione di spettacolo come corporeazione

Ci puoi raccontare qualcosa a proposito della tua formazione e anche dei tuoi autori di riferimento nel teatro ma anche in altri ambiti, ad esempio letterario?

Cathy Marchand e Gary Brackett, per il loro lavoro e l’atteggiamento umano –  inscindibile –  sono un riferimento. Un altro maestro è senz’altro Peter Brook, i cui testi peraltro sono illuminanti. Più vicino a me, con cui ho collaborato e che mi ha anche prodotto con il Centro Mediterraneo delle Arti, è Ulderico Pesce, con cui condivido l’impegno per il teatro civile. Intrecciare le diverse tecniche comunque mi ha dato la possibilità di elaborare la mia, che fondamentalmente consiste nell’elaborazione degli spettacoli in scena prima che sulla carta. Non per niente li definisco più che spettacoli corporeazioni perché il corpo è il centro, i sensi, la memoria, e da qui la parola. 

Con questa impostazione, nel 1995, ho fondato il mio laboratorio-associazione Spazio Libero teatro, e da lì ho portato in scena diverse regie tra cui una rilettura di Antigone e Spirale. Parte prima: il limite e il potere

Giornalismo e teatro come spazi creativi di denuncia e di domanda

La scelta di diventare giornalista, invece, è partita da una vertenza per un mancato pagamento, risoltosi dopo un anno ma a mio favore, di uno spettacolo di cui ero autrice e regista, A passo nel tempo, con il gruppo di cavallerizzi Movieriders, è diventata successivamente un’opportunità di pratica. Non solo per l’esperienza in sé, perché lo è, ma anche perché il mestiere di giornalista, per chi crede che la scena sia uno spazio creativo di denuncia, domanda, scuotimento e prefigurazione, è a mio
avviso assolutamente contiguo al mestiere di drammaturgə”. 

Maggiori info su Anna Maria Bruni e sui laboratori di drammaturgia collettiva su questo sito web!

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