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La comicità di Woody Allen, intervista a Anna Amadori

La comicità di Woody Allen, intervista a Anna Amadori

Indice dell'articolo

Umorismo dissacrante, disincanto e capacità di leggere la realtà in una prospettiva capovolta, portando all’eccesso le inclinazioni più stupide insite nell’essere umano. Woody Allen è tra gli autori e registi più amati dal pubblico. E la sua comicità è, come vedremo in questa intervista ad Anna Amadori, anche una fonte di ispirazione per gli attori.

Anna Amadori è un’attrice, regista e autrice formatasi alla Scuola di Teatro di Bologna e con Dominic De Fazio e Philip Gaulier. Dal 2008 ha portato sul palcoscenico, attraverso una sua personale scrittura, lavori degli scrittori Herta Muller, Raymond Carver, Cristina Campo e Fabrice Melquiot.

Ha inoltre dedicato i suoi laboratori teatrali proprio a Woody Allen.  

Perché hai scelto di lavorare sui testi di Woody Allen?

Per il suo coraggio di non essere retorici nella comunicazione.

La scelta nasce da una personalissima irritazione per una temperie culturale e artistica sempre più compressa in una retorica di regole, dettami etici e politici che pone l’arte e la cultura al servizio della comunicazione sociale e ideologica.

Una comunicazione epurata da ogni elemento di contraddizione e conflitto, in nome della visione corretta e innocua della realtà.

Ogni atto artistico secondo me deve invece interrogare la realtà, inventarla.

Anna Amadori, insegnante del laboratorio teatrale sulla comicità di Woody Allen
Anna Amadori, insegnante del laboratorio teatrale sulla comicità di Woody Allen

Scrive Woody Allen in “A proposito di niente – Autobiografia“:

A un certo punto sono nato, ho fatto il mio ingresso nel mondo.(…) Con due genitori amorevoli, sono venuto su sorprendentemente nevrotico, pieno di fobie e con la vita emotiva disastrata. Non chiedetemi il perché. Ero il centro dell’attenzione di tutti.(…) Avevo sempre di che mangiare e di che vestirmi, e non mi beccai malattie gravi. Non avevo la sindrome di Down; non avevo la gobba, non soffrivo di alopecia. Ero sano, benvoluto. Sono riuscito a evitare quasi tutte le mille ingiurie naturali, retaggio della carne, tranne la numero 682: non ho meccanismi di difesa di fronte alla realtà.

Trovarsi scoperti di fronte al reale, rinunciare al prevedibile per conoscere la storia: da qui nasce la mia proposta di laboratorio.

Woody Allen scarta di fronte alla realtà e il suo brusco e impietoso spostamento laterale rimette in circolo quel fluido che ci rinfranca e illumina.

La virulenza dell’ironia, la scorrettezza del riso che origina dall’intelligenza, accompagnata dal coraggio e dalla libertà interiore di guardare e raccontare il mondo dal proprio punto di vista, comporlo in un’opera che diventa patrimonio comune proprio per la sensibilità unica e specifica che sta alla sua base.

Woody Allen sembra parlare sempre e solo di sé, rinunciando al concetto di personaggio.

In questo modo è diventata una maschera contemporanea.

Questo mi permette di perseguire l’obiettivo didattico e formativo di quest’anno: lavorare sulla presenza scenica, sulla abilità di “stare”, di accettare l’inermità del darsi allo sguardo degli altri, scoprirne la potenza, farne strumento di relazione attiva e reciproca con il pubblico.

L’incontro profondo fra pubblico e attore è in un luogo immateriale dello spazio scenico. La sensibilità di chi guarda completa il lavoro dell’attore.

I testi di Woody Allen non hanno pretese letterarie e poetiche.

Per questo possono diventare dei canovacci, in cui ogni partecipante può scoprire e far crescere la propria comicità. Un lavoro di gruppo che lo sostiene, lo protegge, lo stimola.

Insomma il corredo necessario, un po’ come il frac per gli attori dell’antico avanspettacolo, saranno degli occhiali da vista dalla foggia antiquata, proprio come quelli di Woody Allen.

Che ruolo hanno l’assurdo e il sarcasmo nella comicità di Woody Allen?

La comicità e il sarcasmo di Woody Allen sono uno sguardo concreto e senza sconti sulla vita. E contemporaneamente sono il coraggio dell’iperbole, dell’esagerazione, della deformazione tutta soggettiva della realtà, che apre le falle dell’esistere nel mondo e del mondo.

In breve: il ridicolo ci rivela le trappole che la “normalità” dissemina sul cammino di tutto e di tutti. 

Woody Allen ha scritto anche per il teatro, ma è un regista e autore prevalentemente di cinema, dove i tempi e i cambi di scena sono veloci. Trasporre il suo umorismo a teatro può essere un rischio?

La storia artistica di Allan Stewart Konigsberg, in arte Woody Allen, nasce fra i banchi di scuola, dalla sua abilità di scrivere battute comiche su ciò che gli accadeva intorno.

Da lì, per sua scelta e per una serie di coincidenze non casuali, sempre sotto lo sguardo allertato della madre e la condiscendenza dello scorrettissimo padre, arrivano le pubblicazioni su riviste più o meno importanti, la scrittura di pezzi comici per la radio, monologhi per agenzie teatrali di Stand up comedy o per se stesso (lui stesso ha fatto Stand up comedy).

Io mi fermo qua: il cinema arriva dopo. Il cinema è un linguaggio che può entrare in scena per struttura drammaturgica e scelte visive del regista ma il focus del percorso è sul lavoro dell’attore. Propongo ai partecipanti la visione dei film per necessità e piacere di conoscenza dell’oggetto sul quale stiamo lavorando: la conoscenza, la curiosità, sono a mio avviso, un fondamento della crescita di un attore.

Qual è stato il tuo primo incontro con l’opera di Woody Allen e quale suo film/opera teatrale preferisci?

Penso che il primo film che ho visto sia stato Prendi i soldi e scappa: una scoperta entusiasmante come solo in adolescenza fai. Da lì ho sempre seguito le sue uscite, fino a quando, per cambiamento mio o suo, non sono stata più così diligente. Non ho un film preferito ma alcuni li amo di più: Io e Annie, Zelig, Manhattan. 

Tu ti occupi anche di lettura espressiva. Vuoi raccontare di cosa si tratta e quali tipo di corsi/attività hai attivato o stai attivando?

La lettura ad alta voce è un campo importante della mia formazione e ricerca.

Ho cominciato a praticare questa forma artistica nel lavoro di preparazione degli spettacoli, in particolare in occasione di un lavoro su Kafka realizzato con la mia compagnia Teatro Reon, ora non più attiva, diretta da Fulvio Ianneo.

Da lì ho iniziato a lavorare sulla lettura pubblica e sulla formazione alla lettura. Italo Calvino scrive :

“tutte “le realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo attraverso la scrittura nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli o maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento”.

Ogni testo ci propone un mondo che si realizza solo nell’incontro con il lettore, con il suo immaginario e la sua esperienza.

Leggere ad alta voce è rivelare la scoperta di questo mondo ad altri, è una piccola operazione taumaturgica, una trasmigrazione di materia immaginaria da persona a persona. 

Per leggere ad alta voce bisogna comprendere profondamente il testo in tutti suoi aspetti. Contemporaneamente lo si deve attraversare con il nostro immaginario e con il lavoro sul corpo, la voce, la concentrazione, per poi arrivare così alla connessione fra interiorità e espressione. Questa connessione ricrea per chi ascolta, ciò che sta all’origine della parola: un mondo che crediamo vero e possibile, che diventa vita parallela, fatta della memoria di chi ha vissuto e scritto, anche per noi.

È quindi un lavoro che per me è contiguo e radicalmente vicino a ciò che fa un attore in scena.

Anna Amadori in scena
Photocredit Paolo Cortesi

Il laboratorio teatrale su Woody Allen

La trasmissione del sapere e l’ascolto dell’altro è crescita reciproca.

Consapevolezza dei propri strumenti, conoscenza profonda dell’umano e arricchimento personale.

Ogni mio laboratorio teatrale (ne faccio uno all’anno) risponde a domande salienti di natura estetica ed esistenziale (tratti inscindibili nel mio operare). È un progetto artistico dove la didattica teatrale si compie attraverso il processo immaginativo e creativo che i partecipanti innescano, sotto la mia guida, su un oggetto specifico che può essere un testo, una tematica, un genere o altro.

L’umorismo di Allen non risparmia niente e nessuno: non solo la morte, ma i rapporti umani, il denaro, la professione ed è molto cerebrale. Che tipo di target attira un laboratorio su questo tipo di comicità?

Si è formato un gruppo non omogeneo per età e formazione. Fra questi molti ragazzi e ragazze giovani. Sono molto felice per questo, penso che esperienze e sensibilità differenti sono la ricchezza del gruppo che, nel lavoro,  trova linguaggio e regole comuni sulle quali il lavoro si fonda.

A chi è rivolto il laboratorio: attori principianti, professionisti o anche persone curiose di avvicinarsi alla dimensione della comicità?

Per la cartolina promozionale avevo scritto: ” La morte bussa è pensato per avvicinare chiunque all’arte in via di sparizione dell’attore “. In fase di stampa ho tolto in via di sparizione per quella autocensura di cui parlavo alla risposta alla prima tua domanda. Il discrimine fra amatoriali e professionisti è sempre più labile. Il mio laboratorio è rivolto a tutti quelli che considerano il teatro e l’arte dell’attore un atto di conoscenza del mondo e del sé, il gioco originario dove tutto ciò che accade sta nelle proprie mani e tutto ciò di cui c’è bisogno sono coraggio, generosità, leggerezza, desiderio e responsabilità di esserci.

In cosa consiste lo spettacolo finale del laboratorio?

Il laboratorio prende il titolo da “La morte bussa” atto unico di Woody Allen contenuto in “Saperla lunga”.

La drammaturgia dello spettacolo finale si costruisce nel corso del lavoro e dipende dalla composizione del gruppo e dalla sua risposta al lavoro. Ho molto materiale tratto dalle sue opere: i famosissimi Citarsi Addosso, Saperla lunga e Effetti collaterali, A proposito di niente – Autobiografia, Pura Anarchia, e altri.

Ho fatto una suddivisione per categorie (Famiglia, Morte, Donne e sesso, Bibbia e Dio, Psicoanalisi, etc) dei testi letti e li userò come aforismi, frasi lapidarie, dialoghi esemplari dove un’umanità meravigliosamente inadeguata dibatte del senso della sua vita.

Cosa ci puoi raccontare a proposito della tua formazione e degli autori presi quali punti di riferimento?

Quando penso al mio percorso di formazione teatrale non riesco a settorializzarlo.

Un mio primo maestro è stato Massimo Valori, professore al Liceo Classico della mia gioventù, che leggeva in classe canti danteschi e capitoli de I Promessi Sposi. Mi ha trasmesso l’amore per la conoscenza e l’onestà intellettuale.

Poi ci sono stati i due anni all’Università di Pisa, con Bodei, Siti, Ceserani, Rosa Tessari e tanti altri.

E ancora la Scuola di teatro di Bologna che mi ha dato i primi rudimenti di lavoro e mi ha fatto conoscere il principio di comunità che sottende lavorare in teatro. Il Dams e in particolare Claudio Meldolesi che è stato un altro incontro importante: per la sua intelligenza raffinata e solida, la sua capacità di vedere oltre il dato concreto e svelare i paesaggi umani e storici che fanno del teatro un arte irriducibile all’idea di prodotto e consumo – una disciplina che pertiene dunque all’estetica e insieme all’antropologia- per il suo amore sconfinato per il teatro e i suoi artisti.

Il lavoro è stata e continua ad essere la mia palestra, un processo che nel suo farsi apre strade diverse e desideri nuovi.

Quindi miei maestri sono stati tutte le persone con le quali ho condiviso un percorso creativo.

Sono moltissimi i compagni di strada, dunque, ma alcuni di questi sono stati cruciali: Letizia Quintavalla, Fulvio Ianneo, Maria Federica Maestri, Andrea Adriatico e molti altri.

E ultimi ma non ultimi, tutti gli artisti che ho conosciuto attraverso le loro opere: Tadzues Kantor, Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Societas Raffaello Sanzio, Alvis Hermanis, Eimuntas Nekrosius, Rimini Protocoll, Alain Platel e molti altri dei quali ora non mi ricordo il nome ma che la memoria conscia e inconscia tiene vivi e attivi nel più intimo e quindi più spettacolare recesso di me. 

Per maggiori info sul teatro di Anna Amadori visita il sito ufficiale dell’attrice o la sua pagina facebook.

Photocredit Paolo Cortesi

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