La Generazione Zeta e il rapporto col teatro, intervista a Matteo Gatta

In questo articolo Anna Cavallo ti parlerà di:

Allievo della Scuola di teatro del Piccolo di Milano, fondatore di Tristeza Ensemble, parla del complicato rapporto tra giovani e teatro

Oggi Teatro per Tutti intervista Matteo Gatta, fondatore della compagnia teatrale Tristeza Ensemble e fino ad ora l’allievo più giovane nella scuola di Teatro de Il Piccolo di Milano, fondata dal grande Strelher nel 1987 e diretta da Luca Ronconi fino alla sua morte, nel 2015.

Proprio per la giovane età e l’approccio ancora spontaneo a una realtà complessa come quella dello spettacolo teatrale, cerchiamo di approfondire due temi: il primo, legato alla sua opera del 2018 e prossima a ritornare in scena dopo due anni di pausa forzata per il Covid, intitolata Amore, che propone uno spaccato del rapporto di coppia visto con gli occhi degli autori che si stanno affacciando, poco più che ventenni, alla drammaturgia. L’altro, il rapporto tra l’artista che fa teatro e il pubblico giovane, sul quale il primo ha sempre meno appeal e sul quale sono stati consumati fiumi di inchiostro, nel tentativo di trovare una soluzione al problema ormai decennale del distacco tra l’uno e l’altro.

Dal teatro in parrocchia al Piccolo di Milano, passando per la non-scuola

Quando hai iniziato a fare teatro e qual è la tua formazione, in particolare cosa ci puoi raccontare a proposito del tuo primo approccio al teatro?

“Ho iniziato a fare teatro a Ravenna, alla parrocchia di San Rocco, con Mario Battaglia e i Sognattori. Erano spettacoli amatoriali, in un contesto parrocchiale, ma la figura di Mario rimane importantissima per me, mi ha iniettato dentro quel senso di rispetto religioso per la scena (non a caso eravamo in chiesa), per i compagni di scena, per il pubblico. Si può dire a tutti gli effetti (ne ho poi parlato con Fausto Paravidino che mi ha confermato la diagnosi) che Mario e il teatro hanno fatto per me quello che la Chiesa non è riuscita a fare fino in fondo.

Successivamente ho fatto cinque anni della non-scuola del Teatro delle Albe al liceo classico, un’esperienza incredibile, che secondo me ogni ragazzo dovrebbe fare. Oggi che sono fieramente tra le guide della non-scuola, ogni volta sono sempre più sorpreso da quanto lo sforzo di gestire l’energia degli adolescenti e pre-adolescenti (lo ero fino all’altro ieri) viene ripagato dalla loro spregiudicatezza e dalla loro freschezza.

Sono entrato al Piccolo subito dopo il liceo, ero il più piccolo della sua storia. Mi selezionò Ronconi, che morì dopo soli tre mesi che eravamo dentro. Fu un periodo strano, di passaggio, di sconforto. Carmelo Rifici raccolse la sua eredità e tuttora dirige la Scuola del Piccolo; è un insegnante straordinario, un conoscitore attento del teatro e delle sue tendenze. E’ stato bravissimo anche a riorganizzare e reinventare un parco insegnanti di primissimo livello”.

Matteo Gatta – photocredit Beniamino Barrese

2018: nasce il Tristeza Ensemble. La vittoria al bando indetto dall’ex Teatro Studio Uno di Fortezza Est

Chi fa parte della tua compagnia e come vi siete conosciuti?

Tristeza Ensemble è nata attorno ad AMORE: nel 2018, appena usciti da scuola, io, Livia Rossi (la mia fidanzata all’epoca e di fatto la Lei della drammaturgia), Viola Marietti e Matteo Principi abbiamo deciso che ci saremmo divertiti a metterci in proprio. Il centro di produzione Ravenna Teatro ci ha dato una grande mano concedendoci di provare in uno dei loro spazi teatrali. Il progetto ha vinto un bando di produzione dell’ex Teatro Studio Uno di Tor Pignattara (oggi Fortezza Est) e questo ci ha spinto a formare compagnia. Oggi, di fatto, la compagnia è formata solo da me e Viola (la regista di AMORE), con la quale ho prodotto un altro spettacolo, A.L.D.S.T., un monologo scritto e interpretato da lei e diretto con me. Abbiamo voglia di fare le cose a modo nostro, cercando di essere il più fedeli possibili alla nostra vitalità, piuttosto che alle nostre teorie della scena”.

“Il teatro oggi mette claustrofobia. Invece bisognerebbe andarci solo con l’intento di cavarne fuori il meglio per contagiare la propria vita”

Tu sei all’inizio della tua carriera. Che idea ti sei fatto del rapporto tra la tua generazione e il teatro? Ora c’è il problema del Covid, ma il settore era già in crisi da tempo…

“Inevitabilmente qualcosa nel rapporto tra scena e pubblico non torna: parte della colpa è nostra, quando proponiamo spettacoli brutti, che sono statisticamente più di quelli belli. Non lo dico per invidia o tornaconto; è solo una considerazione personale. Lo spettatore deve andare a teatro cercando di divertirsi, ma entra in sala come un critico- questo è il risultato di uno spettacolo brutto. Gabriel Calderon, nella prefazione italiana del suo Teatro, dice che c’è questa sostanziale differenza tra il pubblico di un museo e quello di un teatro: al museo entri sinceramente interessato, e se non ti piace te ne vai. A teatro lo spettatore (io compreso) appena si siede guarda l’orologio. E’ un istinto talmente recondito che è inspiegabile: il teatro oggi mette claustrofobia. Invece bisognerebbe andarci solo con l’intento di cavarne fuori il meglio per contagiare la propria vita.

“Le condizioni in cui lavoriamo spesso ci obbligano a provare senza venire pagati o portare in scena cose che non avremmo voluto”

Ma parte della colpa è sistemica, ed è vero che non è nostra intenzione (noi artisti, per quanto possa sembrare la parola sbagliata) portare in scena uno spettacolo brutto, ma le condizioni in cui lavoriamo spesso ci obbligano a provare meno del previsto e senza venire pagati, produrre cose che non avremmo mai portato in scena, o tenere in cantina le idee migliori. Non so se abbia senso farne un discorso generazionale. La mia colpa è quella di non trovare il coraggio di scommettere tutto sul mio teatro, personalmente ed economicamente. Ma, per dirla con Samuel L. Jackson, ‘ci sto provando, gringo, ci sto provando con molta fatica, a diventare il pastore’. Per quanto riguarda il Covid, certamente -per quanto riguarda la creazione artistica- la pandemia ha spostato l’ago della bilancia di molti gradi”

AMORE – una scena – photocredit Marta Serratore

Il lato comico dell’amore visto da chi non è coinvolto e l’AMORE come lo vorrebbe chi è innamorato

Com’è nata la tua opera Amore?

“AMORE è una commedia dai toni leggerissimi che racconta il rapporto complesso tra due ragazzi poco più che adolescenti che si prendono una scuffia l’una per l’altro difficile da gestire. Io ero convinto di stare scrivendo un dramma psicologico, ma quando Viola ha preso la regia in mano mi ha fatto vedere cos’è in realtà questo spettacolo: un fumetto, un cartone animato. E’ incredibile ancora oggi per me pensare che tutte quelle sofferenze -vissute con dolore sincero e acutissimo- che ho cercato di raccontare potessero essere ribaltate con così tanta facilità, ma in fondo funziona un po’ così: in amore soffrono soltanto gli innamorati. Chi sta fuori non può capire. E’ una questione di linguaggio.

Sempre a proposito di linguaggio, il titolo AMORE è volutamente in maiuscolo (giuro, è l’unica licenza artistica che mi prendo) perché più che una commedia romantica stiamo parlando di una commedia che tenta di rapportarsi con un concetto astratto di amore, che veleggia in maiuscolo sulle teste di LEI e LUI, formatosi in seguito ad una determinata educazione, determinate frequentazioni, libri letti, ecc. Tutti e due vogliono vivere l’AMORE che hanno in testa; gestire quello che si trovano davanti è un affare decisamente più complicato. Detto questo, stiamo parlando di una commedia di un’oretta. Non abbiate paura”.

Le più belle love stories raccontate sul palco: da Storia di un matrimonio al game Thirty Flight of Loving

Amore: cosa significa per te e cosa significa oggi parlare di amore a teatro e come farlo evitando banalità e stereotipi?

“L’amore è un’energia viva, e in questo assomiglia tremendamente all’arte. Come dice Reiner Maria Rilke nelle Lettere a un giovane poeta, nessuno può ingabbiare questo tipo di energia in una definizione, in un enunciato, in una filosofia: perché nasce e muore un amore diverso ogni volta che ci innamoriamo di una persona diversa (questa invece viene dal Mito di Sisifo di Camus. Ho mischiato un po’ le due frasi. Però così sembra avere un senso). In questo l’amore è indubbiamente più forte della morte: ne è l’antidoto migliore. Raccontarlo in scena senza essere banali significa provare a catturare ogni volta quella specificità.

Mi vengono in mente alcuni esempi recenti riuscitissimi: Storia di un matrimonio, Normal People, un videogioco indipendente che adoro che si chiama Thirty Flights Of Loving. Se il nostro esperimento andrà bene, vorrà dire che quello che succede in scena rifletterà misteriosamente, pur nella sua specificità, quello che tutti, prima o poi, provano nella vita”.

Cover: Viola Marietti e Matteo Gatta – photocredit Marta Serratore

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