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Marzia Gambardella, alla scoperta della drammaturgia visuale

Marzia Gambardella, alla scoperta della drammaturgia visuale

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Intervista all’attrice e direttrice artistica di MalaStrana Compagnie a Parigi, allieva del fondatore della drammaturgia visuale Philippe Genty.

Cos’ è la drammaturgia visuale e che cos’ha di diverso rispetto a quella che si basa principalmente sul testo? Che cosa ci si deve aspettare da uno spettacolo di visual theatre, molto conosciuto all’estero e meno in Italia? Teatro per Tutti intervista per un approfondimento Marzia Gambardella.

Milanese di nascita e francese di adozione, è direttrice artistica di MalaStrana Compagnie, con sede a Parigi.  Proprio in occasione dei suoi prossimi incontri formativi dal titolo L’idioma dell’immagine – Esplorazioni sulle possibilità di una scrittura scenica per un teatro visuale, che si terranno a novembre a Milano, nei locali di Dedalo Teatro, l’abbiamo incontrata.

Je Boite – MalaStrana Compagnie – photocredit MalaStrana Compagnie

Le origini della drammaturgia visuale con Philippe Genty e l’importanza della metafora

Innanzitutto cos’è la drammaturgia visuale, quale la sua finalità e a chi è rivolta?

“È una drammaturgia basata su una scrittura evocativa e non narrativa.

Data la sua natura, è strettamente legata all’inconscio, alla libera associazione ed elaborazione degli elementi con cui si lavora durante i laboratori. Gli elementi in questione possono essere scatole, cuori o altri oggetti, scelti secondo precisi criteri dal fondatore di questa particolare drammaturgia, Philippe Genty

La scelta di questi oggetti risponde alla richiesta di avere a disposizione una cosiddetta ‘cassetta degli attrezzi’ per poter lavorare e creare, ma soprattutto per riuscire a dare la possibilità allo spettatore che assiste, di fare un’esperienza dello spettacolo simile a quella di un sogno.

La Lettre – La fin de terre – Compagnie Philippe Genty – photocredit Compagnie P.G.

Si tratta di una drammaturgia con regole ferree in cui però lo spettatore si deve poter trovare in una condizione di assoluta libertà nel recepire e interpretare ciò a cui assiste.

Ci è capitato spesso, e ci fa piacere che capiti, che talune immagini o scene, diano adito a interpretazioni anche opposte tra loro da parte del pubblico. Genty, di fronte alla domanda sul significato dei suoi spettacoli, rispondeva che era il pubblico a doverlo esprimere.

Sappiamo che  nel mondo onirico, ma anche nell’inconscio, ogni oggetto ha un preciso significato e che in questa dimensione c’è una condensazione di senso. A questa dimensione il teatro di Genty si approccia attraverso l’utilizzo delle metafore, che diventano un preziosissimo strumento di lavoro.

A differenza del simbolo che può essere compreso solo da persone che provengono dalla stessa cultura, la metafora è molto più univoca e permette di essere compresa da più persone.

Esempio: se dico tu sei uno squalo, che è una metafora, a nessuno viene in mente di associare lo squalo a un animale fragile e delicato. Se invece ricorro al simbolo e dico a una donna Tu sei un sex symbol, già questo potrebbe dividere tra chi considera sensuale una certa tipologia fisica di donna e chi un’altra, a seconda della cultura di appartenenza.

Ecco, il punto di partenza, dicevo, è una realtà di tipo oggettuale-visuale, concreta, che viene filtrata attraverso la metafora, permettendo così a mente e cuore di cavalcare liberamente queste immagini.

La possibilità di un viaggio simile a quello onirico può portare ad esplorare i propri paesaggi interiori e a utilizzarli poi come risorsa della scrittura scenica; così come anche lo stesso corpo diventa uno strumento del racconto”.

Qual è la tua formazione artistica e come ti sei avvicinata a Philippe Genty?

“Io nasco come attrice di parola e a Milano ho frequentato la Scuola di Danza Teatro Carcano, contemporaneamente mi sono laureata in Filosofia alla Statale.

Erano i tempi del teatro Extramondo, con percorsi davvero molto stimolanti per il teatro di ricerca, mentre non mi attirava la scuola del Piccolo di Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Ho appunto lavorato con l’Extramondo di Porta Romana e ho studiato recitazione con Antonio Viganò.

Poi, per caso, sempre a Milano, ho scoperto il teatro delle marionette e ho sentito da subito un’attrazione irresistibile. Ho iniziato a costruire marionette andando a bottega dalla famiglia dei Colla, tra le più importanti famiglie di burattinai e marionette d’Italia. Ho iniziato a costruire figure a grandezza umana, che stavano sul palco insieme agli attori. Nel 2009 sono andata a Charleville-Mézières, in Francia, uno dei luoghi più importanti a livello internazionale sia per i festival che per la formazione.

Qui ho conosciuto Philippe Genty. Ho iniziato a lavorare nella sua compagnia teatrale, come allieva, fino al 2016, quando ho fondato MalaStrana Compagnie. Ho potuto contare sul suo supporto logistico con sala prove e atelier di costruzione a Parigi, mentre Genty è artista associato in Borgogna, dove vive con la compagna Mary Underwood.

Attualmente ha 84 anni e la compagnia si è sciolta nel 2018. Non ha voluto fondare una scuola ma desiderava dar vita ad una Accademia dell’Impossibile. Solo alcuni dei suoi allievi hanno l’autorizzazione ad insegnare la sua drammaturgia e io sono tra questi”.

Il legame tra il teatro delle marionette e la drammaturgia visuale

Il mondo delle marionette e di figura si presta molto al linguaggio dell’inconscio?

“Sì, assolutamente, è profondamente legato al mondo delle nostre paure e dei nostri desideri, ma anche al tema della doppiezza che implica la maschera in sé.

Per questo è un peccato che soprattutto in Italia il teatro di burattini e marionette sia confinato a spettacoli per bambini e ragazzi, perché in realtà avrebbe un potenziale espressivo enorme. Ciò non toglie, ovviamente, che il segmento pedagogico e ludico dedicato ai giovanissimi a cui è dedicata la maggior parte delle rassegne di questi spettacoli sia importantissimo. Ma c’è il rischio di ghettizzare il genere.

In Italia si è abituati a suddividere il teatro in generi diversi e la differenza tra generi viene enfatizzata eccessivamente con il rischio di creare confini troppo netti che non fanno bene al teatro e alla sua libertà di esprimersi; all’estero non è così”.

I seminari tenuti da Marzia Gambardella a novembre

Philippe Genty – spiega Marzia – scriveva che occorre ‘immaginare la formazione come un viaggio. Il viaggio richiede uno stato di vigilanza, di coscienza, di ascolto e contemporaneamente, un’ apertura di spirito a modi di pensare agli antipodi dei nostri e ad altre possibilità, sapendo che l’impossibile non è che una possibilità tra le altre’.

Sia chiaro che si tratta di una scrittura drammaturgica rigorosa, in cui si parte da bozze di scrittura basate sui protocolli di Genty, poi, attraverso gli oggetti, si sollecitano la memoria e le libere associazioni attraverso il gioco metaforico. In seguito io introduco la scrittura di un progetto a tappe. Si può partire da un libro, da un viaggio, da una foto e si aggiunge materia su materia, in modo molto libero. In una fase successiva si cerca di condensare il senso di tutto questo, si formano dei gruppi e si incrociano i diversi progetti di ciascuno. Grazie a questi incroci, il progetto iniziale, ogni volta si arricchisce di aspetti ai quali inizialmente non si era pensato”.

Come è nata l’esigenza di dar vita a questi seminari?

“Ho sentito l’esigenza di organizzare questi seminari due anni fa, ai tempi del Covid, come bisogno pedagogico ed erano online, con persone collegate da varie parti della Francia e dell’Italia.

Ora ho sentito l’esigenza di tenerli anche in presenza, perché vorrei approfondire la parte gestuale e danzante. Si cercherà quindi di lavorare alla scrittura di una coreografia, partendo da qualcosa di vero e concreto che, attraverso il gioco metaforico, ci consenta di allontanarci dalla dimensione individuale per raggiungere qualcosa di evocativo e universale.

Il seminario che tengo a Milano nelle prossime settimane, è rivolto principalmente ad attori/attrici, registi/e, drammaturghi/e, danzatori/trici, marionettisti/e, ed è richiesta una esperienza minima professionale o amatoriale. Ma anche chi non ne avesse, se è davvero molto motivato, può accedere. Non è invece adatto a bambini e adolescenti”.

Marzia Gambardella in OperettAlzheimer – MalaStrana Compagnie – photocredit MalaStrana Compagnie

Concludiamo questo affasciante viaggio nella drammaturgia visuale citando un passaggio del libro Paysages Intérieurs di Philippe Genty, edito da Actes Sud che sintetizza al meglio il senso dei seminari guidati da Marzia Gambardella:

In ognuna delle nostre creazioni la libera concatenazione associativa delle scene non segue una narrazione lineare. Come nel sogno, le immagini si associano condensando simultaneamente diversi sensi. La danza, il corpo umano, la relazione con l’oggetto sono al servizio di questo spazio dell’indicibile. La scena è il luogo dell’inconscio”. 

Cover: La tête vide, Boliloc – Compagnie Philippe Genty – photocredit Compagnie Philippe Genty

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