Recitazione teatrale e cinematografica. Intervista ad Asia Galeotti

In questo articolo Anna Cavallo ti parlerà di:

Teatro e Cinema: come cambia il modo di recitare? Lo abbiamo chiesto a Asia Galeotti, giovane attrice formatasi col metodo Stanislavksij.

Oggi Teatro per Tutti propone un approfondimento sull’esperienza dell’attore che recita sia a teatro che al cinema e sulle diverse tecniche e accorgimenti, ma anche sui vari aspetti di queste due diverse modalità di fare spettacolo che possono servire per acquisire maggiore consapevolezza o anche solo essere spunto di riflessione per chi fa questo mestiere.

Ne parliamo con l’attrice Asia Galeotti, nata a Ravenna ma bolognese di adozione, allieva della Scuola di Teatro Colli diretta da Emanuele Montagna, che da oltre 40 anni è un punto di riferimento per chi voglia seguire il metodo Stanislavskij-Strasberg e con già all’attivo esperienze cinematografiche oltre che teatrali.

Da sx Edoardo Liverani e Asia Galeotti ne La zia d’Honfleur di Paul Gavault, regia di Alessandra Casanova –

photocredit Compagnia Luigi Rasi

La formazione con Casanova, Montagna, Scaramella, Churcher, Fornari e Lebreton

Iniziamo parlando della tua formazione

“Ho iniziato a fare teatro da adolescente a Ravenna, formandomi con Alessandra Casanova nella Compagnia Teatrale Luigi Rasi.

Poi, una volta finite le scuole superiori mi sono lanciata a capofitto in una formazione professionale scegliendo la Scuola di Teatro Colli di Bologna. Una delle poche realtà italiane che approfondisce e insegna il metodo Stanislavskij-Strasberg da più di 40 anni.

Una volta diplomata come attrice ho proseguito la mia formazione con diverse masterclass sulla recitazione cine-televisiva, prima con Loredana Scaramella e poi a Londra con Mel Churcher e altri docenti britannici (anche per perfezionare l’inglese).

Tutt’ora mi tengo sempre in continuo allenamento: ho preso più volte parte ai corsi di recitazione di Augusto Fornari e in passato ho approfondito il teatro corporeo col maestro francese Yves Lebreton”.

Quando hai capito che volevi fare l’attrice professionista?

“Quando qualcuno ha creduto seriamente e spassionatamente in me, facendomi capire chiaro e tondo che potevo farcela.

Devo ringraziare chi mi ha incoraggiata, ma soprattutto i professionisti che lo hanno fatto: sicuramente per primo tra questi il mio Maestro Emanuele Montagna. E comunque, ripensando a ritroso, non è stato affatto immediato.

Certo è che nel mio cuore custodivo il sogno di poter proseguire per sempre, ma non ho mai avuto la pretesa esplicita che diventasse la mia professione.

Sono andata avanti perché non c’era altro che mi premesse di più di questo.

Così, dopo le superiori e soprattutto durante la formazione in Accademia, la difficoltà e la passione del percorso mi hanno fatto capire che quella sarebbe stata la mia strada, non importava quanto dura potesse rivelarsi.

Credo sia avvenuto per me come per certi ballerini che una volta che hanno abbracciato totalmente la danza e la musica, non possono più farne a meno!”.

Cortometraggio Uruguay – locandina

Teatro e cinema, due approcci diversi ma in entrambi bisogna essere “veri”…

Recitare per il teatro e recitare per il cinema. Qual è stato il tuo approccio a questi due diversi modi di fare spettacolo? E quali sono secondo te, come attrice, gli aspetti più belli e quali i più difficili di entrambi?

“Esplode un mondo di pensieri al riguardo!

Personalmente, avendo sempre fatto teatro, quando mi sono cimentata inizialmente nella recitazione cine-televisiva mi sentivo un pesce fuor d’acqua, a differenza di chi fa il percorso inverso (tv come prima esperienza e poi il teatro) e teme più il pubblico presente che la macchina da presa.

Ora, a forza di dedicarmi a entrambi i mondi con anima e curiosità, sono consapevole delle differenti dinamiche.

E anche di tutte le somiglianze (nonostante io non possegga ancora un bagaglio di esperienza su grandi set di cinema, ma piuttosto avendo ricoperto piccoli ruoli in film oppure ruoli da protagonista, ma in cortometraggi di una settimana di set, non di più) e cerco di giocarci il più possibile essendo sempre vera (cioè credibile, che è la chiave per la riuscita di un’interpretazione).

Credo che l’essenziale sia quello, mantenere chiara la dicotomia tra verità e realtà (e ovviamente su questo è soprattutto il regista a dare indicazioni).

… ed è soprattutto la voce ad essere usata in modo diverso

A livello tecnico, nel teatro e nel cinema, la voce costituisce lo strumento che viene applicato con maggiori differenze, nel suo meccanismo e nella sua finalità.

A teatro è necessario arrivare a tutti, sino all’ultima fila (Voce!!), proiettare perciò il suono.

Mentre sul set hai sempre un microfono (magari in mezzo ai capelli o appiccicato sotto la maglia, oppure che aleggia sopra la tua testa sorretto da un’asta!) e non hai la preoccupazione di farti sentire perché i microfoni da cinema captano tutto, anche i fruscii! Perciò anche sussurrando verrai udito.

Backstage di Uruguay, regia di Andrea Simonella – Onyko Films Award, Ucraina 2022

“A teatro non si può rifare nulla, è buona la prima. Al cinema serve grande precisione e meticolosità”

Poi il mezzo è diverso.

Nei film la camera permette allo spettatore di leggere ogni tua singola espressione, prima di tutto i tuoi occhi e ciò significa leggere il tuo pensiero. Leggere il personaggio.

Non puoi fregare nessuno.

Devi essere molto specifico in ogni dettaglio e pensiero.

Ma credo che alla fine questo valga anche per il teatro, il flusso è continuo e chi sta in fondo alla platea ha il diritto di percepirti vero e presente come chi si piazza in prima fila.

L’aspetto per me più interessante però è quello del percorso lineare che si mette in atto in una pièce teatrale, dandoti la possibilità di seguire in ordine ogni cambiamento emotivo e fisico del personaggio. Non si può rifare nulla, buona la prima.

Dall’altra parte, nel cinema, devi avere una meticolosa precisione e consapevolezza del percorso emotivo e della trama (di ciò che accade a te e agli altri attorno a te nei diversi momenti della storia).

Su un set non è detto che girerai tutte le scene in fila (anzi, è altamente improbabile), e spesso capita che le scene che avvengono in quella location verranno girate lo stesso giorno, ma potrebbero essere fasi e situazioni totalmente distanti a livello cronologico.

Si tratta quindi di fasi e situazioni che poi lo spettatore vedrà montate nel film con una consequenzialità che, in realtà, tu come attore in quel momento non hai, ma che come personaggio devi per forza possedere.

Perciò è necessario saper saltare da uno stato emotivo all’altro, se la scena lo richiede.

Come non è detto che tu abbia sempre il/la partner sul set con te quando non tocca più a lui/lei.

In entrambi i casi comunque, l’immaginario attoriale deve essere forte e solido.

Per poter sopperire a tutte queste dinamiche bisogna non solo studiare, ma mettere in atto e applicare, fare esperienza diretta, ed io non vedo l’ora di avere nuove ed altre possibilità perché ciò possa continuare ad accadere”.

Asia Galeotti, quarta da sx, in una scena di Flower Power, regia di Piero Ferrarini
– photocredit Gino Rosa

L’importanza di poter interpretare ruoli diversi. Ma versatili si nasce o si diventa?

Sia a teatro che al cinema hai spaziato in generi diversi: dal personaggio storico di Anita Garibaldi alle commedie di Georges Feydeau, Anita Hart e Maurice Braddel, fino alla paziente psichiatrica nel cortometraggio Uruguay alla spregiudicata hippy di Flower Power. La versatilità è un dono o si acquisisce attraverso lo studio? E in quest’ultimo caso, tu come ti sei preparata ad affrontare ruoli così diversi?

“Grazie al cielo ho potuto (mi è stata data la possibilità) diversificare!

Impazzirei ad essere relegata ad una tipologia di ruolo soltanto, sia che possa essere la sola commedia, che il solo ruolo drammatico.

Gli esseri umani (e non umani!) sono complessi e la versatilità credo sia fondamentale per un/una attore/attrice che voglia impersonificare questi ultimi!

Può essere un dono, certo, ma credo che lavorandoci si possa acquisire la capacità di approfondire i diversi tipi.

La comicità però è qualcosa che o la possiedi o è difficile da imparare, ci sono dei tempi comici che alcuni grandi attori hanno nel sangue da sempre e che nessuno, neanche studiando, ha potuto eguagliare.

Però se parliamo di generi diversi che vengono portati in scena (dramma, satira, vaudeville ecc) allora si può entrare nel meccanismo dello studio delle dinamiche.

Per avvicinarmi ad un personaggio cerco sempre di passare per il lato di me più ludico, quello che avrei messo in gioco da bambina per creare al meglio la verità di ciò che facevo finta di essere.

Nel caso di Flower Power ad esempio, Starry Eyes (il nome del personaggio che interpreto) era un hippie strafatta del ‘68 e sinceramente conoscevo poco di quel mondo. Così ho fatto una full immersion visiva di immagini, documentari, libri su quel periodo e sui giovani di quell’epoca (nel caso specifico negli Stati Uniti).

Ho preso spunto un po’ di qua e un po’ di là da vari caratteri realmente esistiti che parlavano dei trip allucinogeni causati dalle droghe di quel momento storico.

Insomma, non le ho provate direttamente! Sarebbe stato deleterio e pericoloso, però mi sono comunque calata nella comprensione di quella realtà e il risultato è stato che mi sono davvero divertita molto.

Starry si è rivelata essere molto più profonda di quello che superficialmente si captava di primo acchito. Questo anche e soprattutto grazie allo scrittore e regista Piero Ferrarini.

Per Adele in Uruguay invece è accaduto l’esatto opposto e questo non me lo aspettavo prima di affrontare quest’avventura: invece di andare a cercare all’esterno ciò che serviva per il personaggio, grazie all’aiuto della regista Andrea Simonella, siamo andate a recuperare qualcosa al mio interno, una fragilità che credevo non usufruibile, nascosta da una patina di forza che appare esternamente.

“Importante per l’attore farsi strumento invece che nascondersi dietro al ruolo”

Ho scoperto quanto sia importante farsi strumento invece che nascondersi dietro al ruolo.

Fa sicuramente male in molti casi, ma è necessario capire questo per poter dare qualcosa di unico ai diversi personaggi.

Dopotutto essi vivono tramite lo strumento umano che è l’attore e se l’attore non ci mette del suo, di vero, tangibile, non potrà mai risultare una persona reale e credibile fino in fondo, ma piuttosto una macchietta”.

Asia Galeotti nel ruolo di Anita Garibaldi ne L’attesa, regia di Emanuela Montagna
– photocredit Claudio Guerra

Uso e padronanza della voce…

Parliamo ora della voce e del tuo percorso per poterne avere piena padronanza e consapevolezza. È un lavoro che una volta acquisito con le scuole di dizione/recitazione permette di “rilassarsi” un po’, oppure occorre esercizio continuo?

“Quale tasto debole sei andata a toccare! (ride)

No dai, non più debole ormai, ma la voce è da tenere in continuo allenamento, quello sì!

Se riguardo i video degli spettacoli dei primi periodi e sento la mia voce, mi metto le mani nei capelli! Alta e squillante, anche troppo. Certo, crescendo la voce muta, ma bisogna anche fare tanto esercizio per rinforzarla e nel mio caso abbassarla.

Ho iniziato con Alessandra Casanova, poi con Michele Cosentini per quanto riguarda la formazione tecnica a scuola di teatro, fino ad approdare a Matteo Belli con il quale vorrò approfondire ulteriormente la formazione vocale.

Ho preso anche qualche lezione di canto (poche ma significative) e poi attualmente mi sono buttata sempre di più nel voiceover e doppiaggio di spot, prestando la mia voce a tematiche che mi sono care.

Vorrei potermi cimentare negli audiolibri in un prossimo futuro…chissà. Mi piace molto narrare, da sempre”.

… e consapevolezza del corpo

Cosa puoi raccontare invece della tua esperienza con il teatro corporeo di Yves Lebreton, col quale hai seguito un laboratorio?

“Traumatico. Decisamente un mondo lontano da me e per questo necessario affrontarlo.

Bisogna essere poliedrici e consapevoli di ciò per cui non ci si ritiene portati.

Con lui ho affrontato quello che ritengo essere lo sradicamento del pensiero mentale, per lasciare spazio all’azione del corpo e alla sua energia.

Troppa testa significa poca azione e con lui ne ho preso decisamente atto.

Far nascere dal corpo il verbo e non viceversa. L’estensione sonora è subentrata quasi alla fine del percorso, dopo aver lasciato andare il corpo alla scoperta della sua ritmicità.

Un’esperienza veramente interessante che consiglierei ad ogni teatrante di intraprendere”.

Il rapporto che si crea tra attore e regista

Argomento registi. Una breve carrellata dei nomi con i quali lavori attualmente e hai lavorato, cosa ti hanno insegnato/lasciato in particolare?

“I miei primi maestri sono stati anche registi ed è meraviglioso provare questa ebbrezza del regista-insegnante che ti accompagna non solo nella scoperta del personaggio, ma nella sua formazione.

Questi sono stati per me Alessandra Casanova agli inizi della mia prima formazione ed Emanuele Montagna in seguito (formazione e battesimo professionale). E poi Andrea Simonella con la quale ho lavorato nel cortometraggio Uruguay. Andrea è stata specifica e diretta sul set e, con la sua sensibilità, anche premurosa e saggia. Ne è scaturita un’Adele fragile e dignitosa.

E poi cito con onore l’aver potuto lavorare con un grande attore bolognese che è stato Guido Ferrarini che mi ha temprata alla realtà professionale senza mezzi termini ma con tanta ammirazione e stima.

Di questo lo ringrazio immensamente e continuo a ringraziare suo figlio, Piero, che crede in me con tenacia continuando ad affidarmi ruoli nei suoi lavori in Compagnia”.

Asia Galeotti nel ruolo di Anita Garibaldi ne L’attesa, regia di Emanuela Montagna
– photocredit Claudio Guerra

“Spero in un’occasione per lavorare con Pupi Avati”

C’è un regista col quale ti piacerebbe lavorare e perché?

“Attualmente continuo a sperare in un’occasione con il Maestro Pupi Avati.

Ho avuto il piacere di ricevere una risposta scritta da lui quando gli ho comunicato la mia ammirazione e attendo il ruolo giusto per poter fare un provino.

Restando sul cinema italiano nutro particolare ammirazione per il genere fiabesco e onirico di Matteo Garrone e vorrei tanto agguantare la possibilità di fare la sua conoscenza e tentare anche con lui un provino.

Poi, avendo una passione da sempre per il cinema spagnolo, in particolare per Pedro Almodovar e, masticando un po’ la lingua, vorrei mandare il mio materiale anche a quel gigante, consapevole della difficoltà di ricevere un esito, qualsiasi esso sia. Ma tentar non nuoce!

Infine, se fosse ancora in vita, mi sarebbe piaciuto lavorare con Bernardo Bertolucci. Perché? Sono figlia della fine degli anni Novanta e The Dreamers mi ha sconvolta. Poi ovviamente mi sono rifatta vedendo anche gli altri come Io Ballo da sola, Ultimo Tango a Parigi, Il tè nel deserto, insomma, drammi conturbanti che mi hanno catturata e che mi piacerebbe interpretare!”.

Tu hai partecipato anche al remake del video musicale della canzone Gianna di Rino Gaetano a cura della Daimon Film nel 2018. Cosa ricordi di quell’esperienza?

“Ricordo un gran vento e freddo alle saline di Cervia!! (ride)

Ricordo anche che quella canzone la cantavo quando ero più piccola in macchina con mio papà, ascoltando una cassetta col nastro! Ricordo che, anche se per brevi attimi, ho provato l’ebbrezza di interpretare una poliziotta e scendere da una macchina in corsa per correre dietro a delle fuggitive (tutto questo visibile in pochi attimi).

Ricordo quanta organizzazione e pazienza ci vuole per portare a casa anche solo poche scene. Il trucco anni ‘50 per la scena del ballo…E poi ricordo tante donne…tutte piccole e grandi Gianna!”.

Carisma, talento, preparazione tecnica, fisicità, fortuna. In quali percentuali ripartiresti questi fattori come determinanti nella vita di un’attore/attrice?

“Che domanda difficile!

Credo che con gli anni forse la mia risposta potrà cambiare, chi lo sa!

Più che una percentuale posso provare a stilare una classifica di importanza… in cima metterei a quasi parità di rilevanza il talento e subito dopo la preparazione tecnica.

Poi sono molto indecisa se posizionare sullo stesso piano carisma e fortuna, perché possono andare di pari passo per crearsi opportunità!

Non lascio ultima la fisicità per minore importanza, perché può far parte dei fattori determinanti…ma non necessari! Dipende tutto dal tipo di carriera che si vuole intraprendere nel mondo dello spettacolo”.

Cosa consigli a chi voglia intraprendere questa professione?

“Quest’ultima è la domanda più ardua!

Cosa direi…mmm…Cosa dico: ‘Devi amare quello che fai. Saperti entusiasmare anche della difficoltà che troverai, consapevole che sarà pura crescita per la scalata personale/attoriale. Una volta constatato che ami per certo la Professione allora: non demordere.

Arriva fino in fondo e sii curioso di tutto ciò che ti circonda.

Essere attori piuttosto che fare gli attori, significa non smettere mai di essere spugne e di studiare il mondo e i suoi caratteri.

E poi, ascolta, ascolta i Maestri, e fai tuo ciò che acquisirai, ma non partire per la tangente senza le basi.

Tutti i grandi pittori e musicisti prima di creare le correnti alternative, seguivano dei canoni. I canoni vanno conosciuti per poter essere sradicati. Non puoi sorpassare fin dall’inizio ciò che non hai approfondito. Delinea gli schemi per poterne poi uscire un giorno”.

Se questo argomento ti interessa, allora leggi l’articolo “Recitazione cinematografica e recitazione teatrale“.

Cover: Asia Galeotti e Roberto Vandelli in Flower Power, regia di Piero Ferrarini – photocredit Gino Rosa

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