Scrivere per il teatro oggi: intervista al giovane autore Jacopo Gardelli.

In questo articolo Anna Cavallo ti parlerà di:

Intervista al drammaturgo, giornalista e critico teatrale, fondatore di Studio Doiz che raccoglie artisti e creativi nati negli anni’90

L’intervista di questa settimana è dedicata a un giovane drammaturgo, saggista e giornalista Jacopo Gardelli, 31 anni, di Ravenna, sicuramente  tra quanti rappresentano la direzione sempre più evidente degli artisti delle nuove generazioni  verso un teatro multidisciplinare e in sinergia con le nuove tecnologie multimediali. Ma capace anche di recuperare vecchie modalità di fruizione del teatro, come il radiodramma, ad esempio, e di ripensarle alla luce della contemporaneità.

La generazione nata negli anni ’90, indecisa tra tradizione del ‘900 e nuove frontiere letterarie

La tua associazione Studio Doiz raccoglie i contributi artistico-creativi della generazione nata negli anni ’90. C’è qualcosa che vi caratterizza in particolare rispetto alle altre?

“In un intervento di qualche tempo fa scrivevo che il compito storico della nostra generazione sarà quello di decidere se essere l’ultima del Novecento o la prima del Duemila. La sua casa è la terra di nessuno che separa questi due secoli: continueremo a riproporre vecchi schemi mentali o inventeremo nuove categorie, nuovi modi di esistere? Forse ciò che caratterizza la nostra generazione è proprio questo cammino verso l’ignoto, portandoci in spalla il bagaglio di un’educazione e di una formazione ancora novecentesca”.

Da sinistra, Jacopo Gardelli e Lorenzo Carpinelli, fondatori di Studio Doiz – photocredit Vladimiro De Felice

“Una società artistica, quella italiana, piuttosto chiusa, in cui contano più i contatti che i contenuti”

Quante persone ne fanno parte e in quali ambiti artistici sono attivi? Come è nata l’idea?

Studio Doiz nasce nel 2020. Lorenzo Carpinelli ed io volevamo raccogliere sotto un unico tetto l’attività di un gruppo di coetanei che sentivamo affini per carattere e condizioni sociali. Oltre a noi due, che lavoriamo dal 2016 in ambito teatrale, ne fanno parte Giovanni Barbato, fotografo e podcaster; Giacomo Bertoni, la nostra anima musicale; Caterina Morigi, artista visiva; e Lorenzo Basurto, factotum e organizzatore. Tutti noi, per sopravvivere, affianchiamo l’attività artistica a una professione. Unendo le forze e creando una poetica comune, abbiamo pensato di avere più possibilità di esprimere il nostro punto di vista in una società artistica, quella italiana, piuttosto chiusa e spesso basata su logiche di scambio, in cui contano più i contatti che i contenuti”.

Il revival del radiodramma attraverso il podcast, un terreno ancora inesplorato per la drammaturgia

Tra i vostri lavori, c’è anche il radiodramma dedicato a Primo Carnera, trasmesso in radio durante il periodo del lockdown pandemico. Come è nato? Secondo te, Covid a parte, è una forma di intrattenimento che può ancora avere un seguito?

“Il titolo è L’avvenire è nostro, Carnera! L’opera ha avuto una storia travagliata. In origine doveva essere un intervento site-specific dal vivo di Lorenzo per una mostra di film di famiglia curata dall’associazione Sguardi in camera. Il testo, che assume il punto di vista di un nostalgico fascista durante un incontro di catch di un Primo Carnera ormai anziano e malconcio, venne ritenuto troppo forte per essere messo in scena. Così, in piena pandemia, abbiamo deciso di farne un radiodramma, in modo che potesse essere fruito anche a distanza. Le musiche sono state curate da Giacomo Bertoni con l’assistenza tecnica di Guido Tronco.


È sempre una questione difficile giudicare che tipo di successo possa avere un forma artistica. Dipende dal contesto sociale, dalle mode, dalle tecnologie disponibili in una determinata epoca. Il radiodramma, in voga durante il Ventennio fino al Dopoguerra, dopo un periodo di oblio conosce oggi una nuova esplosione come podcast. È una forma agile, economica e, come sostiene Rodolfo Sacchettini, ancora da esplorare a livello drammaturgico. Chissà”.

La via Emilia raccontata attraverso la parabola della madre e del figlio, passando da Fellini a Guerra, da Roversi a Pascoli

La vostra ultima opera drammaturgica è il monologo La stradonaMonologo di una regione allo specchio, dedicato alla via Emilia, col quale avete partecipato al bando di Emilia Romagna Teatro. Cosa vi lega ad essa e cosa rappresenta per voi questa strada?

La stradona è il risultato di un lungo percorso legato al bando Radar, indetto nel 2018 da Emilia-Romagna Teatro. La consegna del bando prevedeva la creazione di uno spettacolo inedito che parlasse della via Emilia: da ravennati doc, io e Lorenzo ci siamo trovati in difficoltà (Ravenna è infatti una delle poche città della Regione a non essere attraversata dalla via Emilia, ndr). Come parlare sinceramente di una realtà che nessuno dei due conosceva? Così siamo partiti dalla biografia di Lorenzo, dal conflitto fra lavoro e teatro, per approdare a qualcosa di diverso: una storia trasfigurata della nostra regione. La via Emilia diventa, nella finzione drammaturgica, la madre del protagonista, così come è stata la madre storica, la spina dorsale, della regione. Il rapporto fra madre e figlio, questo gomitolo di amore e nevrosi, è rimasto al centro della nostra riflessione. L’abbiamo raccontato per episodi simbolici, dall’infanzia alla morte, inframmezzando l’intreccio con l’apporto di vari artisti fondativi per l’Emilia-Romagna: da Fellini a Tonino Guerra, da Roberto Roversi a Giovanni Pascoli”.

Dove è stata già rappresentata e dove le prossime date se sono in calendario?

Dopo la finale del bando, La stradona ha debuttato lo scorso maggio al Cisim di Lido Adriano. Tuttavia la sua versione definitiva, dal punto di vista drammaturgico e scenografico, risale ad ottobre per Colpi di scena, festival itinerante curato da Accademia Perduta e Ater Fondazione. Per adesso non abbiamo in calendario altre date, ma stiamo lavorando per circuitare lo spettacolo in altre piazze”.

Jacopo Gardelli – photocredit Vladimiro De Felice

La gig economy e l’ombra lunga dello sfruttamento

Qualche considerazione sull’ opera Vite da niente dedicata alla realtà dei riders, realizzato anche questa con Carpinelli e portato in scena nel 2019

Vite da niente è il più politico dei miei testi. L’intento era quello di riflettere sugli effetti economici e sociali della rivoluzione digitale. Come internet ha cambiato il mondo del lavoro, e come questo cambiamento rapidissimo abbia investito la parte più debole della società. La cosiddetta gig economy, economia del lavoretto organizzato da piattaforme online, è un fenomeno tutt’altro che marginale, e va discusso e compreso. Non interessa solo gli immigrati che pedalano per Just Eat e ci portano la cena a casa, ma tutti noi: è un fenomeno destinato ad allargarsi.

Se non lo regoliamo, rischiamo di perdere i diritti conquistati dai nostri nonni nel Dopoguerra. Il testo intrecciava tre vicende diverse, che collassano una sera in un incidente stradale. Gli attori erano tutti ragazzi non-professionisti che hanno condiviso con noi un percorso bellissimo di co-creazione dello spettacolo. Era il 2019 e l’urto della pandemia doveva ancora arrivare: sarebbe bello riproporre oggi lo spettacolo, magari semplificato, e tornare a parlare di diritti sociali”.

Lido di Dante, un intero paese dedicato a Dante e alla Commedia

Un altro vostro lavoro dedicato ad un luogo è la mostra Case sparse su Lido di Dante

“L’idea di Case sparse è venuta a Lorenzo e parte da una provocazione molto interessante: perché, nell’anno delle celebrazioni dantesche, nessuno ha pensato di includere Lido di Dante? È l’unica frazione italiana che ha scelto di costruire la sua identità basandosi esclusivamente sulla Commedia. Il suo nome precedente era appunto Case sparse: gruppetto anonimo di case alla foce dei Fiumi Uniti.

Poi, alla fine degli anni ’70, gli abitanti decidono di dedicare la frazione al Poeta, e nasce il lido che conosciamo, in cui ogni piazza, strada, parco, cita direttamente un personaggio del poema. Studio Doiz è partita da qui: Giovanni ha curato la parte fotografica; Caterina ha trasfigurato la città in una mappa immaginaria della Commedia; io, che non lavoro con le immagini, mi sono limitato a giocare con le parole. Con l’aiuto di Nicola Varesco, grafico, ho composto un quadrato di 10.000 lettere sparse, dentro il quale mi sono divertito a nascondere degli endecasillabi danteschi. Come in un gioco enigmistico, trovando tutti gli endecasillabi si svelava la mappa di Lido di Dante”.

Lo sguardo dei giovani drammaturghi su quanto accade intorno a noi

Jacopo Gardelli ci ha raccontato una realtà artistica vivace e versatile, capace di dialogare con il territorio, con la storia e con la società attuale, intercettandone le criticità e proponendo riflessioni mai scontate, grazie anche alla sua formazione giornalistica e filosofica che permette una lettura degli eventi pragmatica e concreta, ma capace di soffermarsi e approfondire anche prospettive inedite. I cambiamenti sociali e storici a cui stiamo assistendo, infatti, sono a volte talmente veloci che rischiano di attraversarci e lasciarci del tutto impassibili di fronte a fenomeni come quello, appunto, delle nuove forme di sfruttamento di cui si è parlato.

Jacopo Gardelli, da Ravenna Festival al premio come miglior critico teatrale under 30

Diamo uno sguardo alla biografia di Gardelli. Nato a Ravenna il 21 ottobre 1990 e laureatosi alla Statale di Milano in Scienze filosofiche nel 2015 e in Filosofia all‘Università di Trento nel 2012, ha iniziato a scrivere per il settimanale Ravenna&Dintorni curando la rubrica Le nuvole e Baedeker dove è impegnato tuttora, oltre a collaborare con Città meticcia, Una città e Palcoscenico. Dal 2009 al 2015 ha dato vita al blog di approfondimento culturale intitolato Le buone interferenze, mentre nel 2010 ha pubblicato il libro Tre dialoghi per l’ editore. Sbc di Ravenna. Nel 2019 è stato coordinatore e organizzatore esterno per il festival teatrale “Vie” di ERT– Emilia-Romagna Teatro.

 Nel 2014 insieme ad Elia Tazzari e Gian Franco Tondini ha realizzato L’ultimo primitivo, soggetto teatrale sulla vita del poeta Dino Campana, che ha debuttato per la 25°edizione di Ravenna Festival. Lo stesso anno ha pubblicato per le Edizioni del Girasole La città sfnge, rilettura di una novella di Boccaccio. Del 2016, invece, il suo debutto individuale come autore teatrale nel monologo Santa Europa Defensora, sul dramma dei migranti al confine tra Marocco e Spagna, interpretato da Lorenzo Carpinelli e prodotto da Ravenna Teatro.

Nel 2017 ha vinto il primo premio nazionale di critica teatrale Lettera 22 della Fondazione Tearo Due di Parma come miglior critico under 30. Nel 2019 scrive lo spettacolo Vite da niente. Cronache dell’economia digitale, nell’ambito di un progetto regionale dedicato al tema della gig economy, di cui abbiamo scritto sopra. Nello stesso anno, in luglio, con il suo testo La stradona, arriva tra i finalisti del bando regionale Radar under 28, indetto da Emilia Romagna Teatro (Ert).

Cover: una scena dell’opera di Jacopo Gardelli La Stradona al festival Colpi di scena 2021, photocredit Vladimiro De Felice

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