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Teatroterapia, per migliorare la capacità interpretativa

Teatroterapia, per migliorare la capacità interpretativa

Indice dell'articolo

Intervista al regista Maurizio Sarubbi e all’attrice e teatroterapeuta Clara Scardicchio della Compagnia Teatrale Artù

Che cos’è la teatroterapia e perché può rivelarsi utile per quegli attori che vogliano potenziare la propria capacità interpretativa?

Approfondiamo l’argomento con la Compagnia Teatrale Artù, nata due anni fa a Bari e diretta da Maurizio Sarubbi con all’attivo un repertorio già ampio che spazia da Giovanni Testori a Victor Hugo, dal dramma sociale allo spettacolo comico.

Tra i riconoscimenti ottenuti, il premio Ubaldo Lay 2022 e FITA 2023 per l’alta  produttività e il premio Ubaldo Lay 2023 per l’ impegno sociale, oltre ad avere in essere la collaborazione con Made in Carcere e Fondazione Santo Versace per i laboratori alle detenute del carcere di Taranto, Trani e Lecce.

Proprio in concomitanza del workshop che si terrà a settembre in Puglia, dedicato alla teatroterapia, intervistiamo Clara Scardicchio, attrice membro della compagnia e teatroterapeuta che guiderà i partecipanti.

Tecniche teatrali a scopo terapeutico per il disagio sociale ma anche per potenziare la sensibilità degli attori

In cosa consiste la teatroterapia, dove l’hai appresa, quali sono stati i tuoi punti di riferimento drammaturgici e/o teorici nella tua formazione?

“La teatroterapia è una disciplina di gruppo che si avvale delle tecniche teatrali a scopo terapeutico, preventivo, curativo, riabilitativo ed educativo di stampo umanistico.

Le persone s’incontrano in un setting protetto nel quale sviluppano insieme la capacità di essere empatici, sensibili, autentici e rispettosi della propria e altrui personalità, considerata, quest’ultima, tutt’altro che compiuta e in continua trasformazione.

Mi sono specializzata in pedagogia teatrale/teatroterapia presso l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare (INPEF) di Roma, approfondendo i miei studi personali con autori come Konstantin Stanislavskij, Orazio Costa, Eugenio Barba e Walter Orioli.

Ricca di questa eredità ho elaborato un mio personale metodo teatroterapeutico in fase di sperimentazione, che pone l’accento maggiormente sull’identità creativa della persona e sul suo corpo spirituale”.

La fase pre-espressiva e l’importanza del blocco emotivo come punto di svolta del percorso

In cosa consiste il lavoro pre-espressivo di cui si parla nella presentazione del  workshop?

“S’intende per processo pre-espressivo la fase preliminare di ogni atto creativo.

Utilizzando le tecniche del trainig attoriale, si pone l’attenzione sul grado di consapevolezza o meno del proprio corpo e delle proprie emozioni e, attraverso l’improvvisazione, si lascia spazio all’espressività dell’inconscio liberando la gestualità e la vocalità”.

Tu parli di blocco, quale punto di svolta per migliorare la propria capacità interpretativa. Come sei arrivata a questa consapevolezza?

“Questa domanda sul blocco racchiude tutto il senso del mio metodo.

Anni fa, dopo una dura esperienza di vita che mi aveva regalato come conseguenza un gran bel blocco emotivo, ho desiderato approfondire il percorso di conoscenza della Verità dell’essere umano ed è ovvio che, quando esiste o persiste un blocco emotivo, non è possibile esprimere la Verità di se stessi e il suo esercizio liberamente.

In questo percorso personale ho capito che esistono due condizioni dell’esistente: una ottimale possibile e una negativa e cosa bisogna operare per passare da una all’altra verso la condizione operativa e formativa attraverso il teatro.

Il come è appunto il mio metodo.

In tutto questo l’artefice di questa esperienza introspettiva è stata l’arte figurativa.

Sono anche storico dell’arte e nel mio lavoro ho avuto la possibilità di studiare e censire una notevole quantità di dipinti di grandi artisti della storia della pittura italiana e internazionale.

Come Stendhal anche io sono stata rapita e folgorata dai sentimenti ed emozioni dei personaggi proiettati su una tela e mi sono sempre chiesta: Vedi Clara, quei sentimenti di dolore e gioia sono lì, impressi nella tela nella loro verità, ma sono altresì a disposizione di chi le osserva e accoglie… forse che solo una condizione negativa guarita e riqualificata, può essere donata?

La risposta fu: Sì, il dolore persistente resta nello spazio e nel tempo dell’intimità; diverso per la gioia che è una carica esplosiva nel già di ora. Così iniziai questa esperienza di riqualificazione della mia identità possibile, guarendo da quella condizione negativa per aprirmi e donare al mondo la mia esperienza di vita.

A tal fine ho fondato insieme ai miei amici nell’aprile scorso l’Associazione “La Chiave della Vita-Teatro sociale” con sede a Brindisi.

Il rapporto tra corpo e testo drammaturgico e tra corpo e voce

La teatroterapia è principalmente una pratica corporea o ha un ruolo anche il testo drammaturgico?

“La teatroterapia come disciplina coinvolge la persona nella sua totalità: ambiente, corpo, mente, spirito.

Il testo drammaturgico ha una sua importanza, ma non è inteso come testo già esistente e strutturato proposto dal regist.

Al contrario, si agisce su un atto poetico stimolato da un testo teatrale che riveste il ruolo di collegamento tra sé e l’ignoto per dar vita ad un nuovo testo frutto del lavoro dei partecipanti al laboratorio”.

La vocalità che ruolo svolge in questo percorso di relazione/ascolto con se stessi e con gli altri? 

“Nella teatroterapia l’utilizzo della voce è legato ad una pura vocalità scevra di contenuti e risultante dall’imitazione dei suoni naturali capaci di rilassare, concentrare, e di immergere la persona in un mondo altro interiorizzato.

La voce come pura vocalità aiuta alla conoscenza profonda e al rispetto dell’altro, tanto che, dopo svariate sedute, si può riconoscersi ascoltando un flebile suono vocale senza la necessità di guardarsi negli occhi”.

“Sarà proposto il metodo mimico di Orazio Costa”

Del lavoro sulla parte mimica, invece, in cui la voce è del tutto assente, cosa puoi raccontare? In un attore/attrice vocalità, mimica e corporeità devono essere sempre bilanciati oppure è l’unicità di ognuno a farla da padrone in scena?

Il metodo mimico di Orazio Costa che intendo proporre nei miei laboratori, penso che sia il metodo per eccellenza per la formazione umana prima ancora che attoriale.

Si parte da un testo drammaturgico letto dal conduttore del laboratorio, dopodiché si sviluppano tre fasi.

La prima fase riguarda un lavoro propriamente fisico, la seconda riguarda la fisicità e la battuta e la terza fase è sull’espressività facciale (fondamentale soprattutto in ambito cinematografico).

L’atto mimico permette lo sviluppo e l’affinamento dell’istinto mimico, questa capacità costante di immedesimazione nell’altro affidandosi all’intelligenza del corpo, non veicolata più dalla mente ma dall’istinto del corpo. La fonetica, in questo caso, si conformerà al movimento plastico.

A mio parere vocalità, mimica e corporietà devono fondersi armoniosamente, in totale equilibrio, questo vale per gli attori e per chiunque voglia sentirsi pienamente e armonicamente libero”.

L’importanza dell’ascolto scenico

Ascolto scenico: di cosa si tratta?

“L’ascolto scenico è una tecnica che sviluppo nel processo pre-espressivo e in quello finale espressivo creativo.

Si tratta di accompagnare le persone ad avere consapevolezza dell’interiorità dell’altro attraverso tutti i sensi tranne che la vista alla quale siamo abituati.

È l’immersione nella realtà invisibile dell’altro, teatralmente nella realtà invisibile del personaggio.

Ascoltare il suo respiro, il battito del cuore, il sangue che scorre, la mente e ciò che avrebbe voluto dire e non ha detto. Questa è tra le varie tecniche quella che mi emoziona di più”.

Si tratta di un’esperienza adatta anche ai più giovani, da proporre nelle scuole oppure è  indicata solo per gli adulti?

“La Teatroterapia la propongo in tutte le agenzie educative, in contesti sociali di disagio esistenziale a partire dall’età adolescenziale in poi; dai 6 fino ai 13 anni, in assenza di problematiche importanti, propongo percorsi di pedagogia teatrale col solo fine di educare alla vita attraverso il teatro”.

Compagnia Teatrale Artù: quando il gatto si stende sul copione…

A Maurizio Sarubbi, regista e  direttore artistico della compagnia, chiedo di raccontarmi come e quando si è formata la compagnia, da quanti attori/attrici è composta e qual’è la sua formazione e il repertorio che viene proposto

” La Compagnia Teatrale Artù è nata nel dicembre del 2021. La mia carriera teatrale conta quasi 25 anni di teatro come attore e 7 da regista. Ho sempre lavorato con altre compagnie ma poi, anche grazie a qualche stimolo esterno, ho pensato che era arrivato il momento giusto per diventare indipendente e godere della libertà di scegliere.

Il nome Artù non è quello del celebre Re, ma è quello del mio gatto volato in cielo. Lui aveva l’abitudine di sdraiarsi sui copioni che poi avrebbero avuto successo. 

La mia formazione, che poi trasferisco agli attori e al laboratorio dove insegno, è una formazione ricevuta dalle molte ma non tutte, esperienze pregresse. Ho avuto la fortuna di essere stato buttato direttamente sul palco sin da subito; un po’ come quei ragazzini che, finita la scuola, imparavano un mestiere.

Nel repertorio anche l’unico spettacolo teatrale in Italia dedicato alla tragedia ambientale di Chernobyl

Il nostro repertorio, vario come genere, comprende il teatro di Narrazione con il nostro cavallo di battaglia Come un corvo bianco…..Chernobyl 1986 di F. Fasano, abbiamo il comico con Tre sull’altalena di L. Lunari o lo spettacolo in vernacolo La storia terciute, i monologhi al femminile con La scema e La rondine.

C’è poi lo spettacolo tratto da Spoon  River,  l’omaggio a Rino Gaetano A mano a mano…. parlando di Rino, il ricordo di Alfredino Rampi con Ma chi è? Mazinga? di Annamaria Alessandra Petrelli.

Le nuove produzioni come Abbassa la testa  tratto da L’ultimo giorno di un condannato a morte di V. Hugo oppure lo spettacolo comico Morte in cassa integrazione di Teo Saluzzi, lo spettacolo religioso Factum est di G. Testori con Clara Scardicchio.

Gli attori della compagnia sono 12 più figure extra attoriali, come autori di testo e autore musicale come la nostra socia Rosa Cavalieri.

Un regista ha detto: Da come l’aspirante attore abita lo spazio scenico il regista comprende se è portato o meno per fare l’attore. Tu sei d’accordo? 

“In parte.

Questo concetto è vero ma io credo anche che un vero attore, o un vero aspirante, dovrebbe avere, su tutto, la capacità dell’ascolto totale sul palco. Io amo la semplicità che è molto difficile. Il vero talento lo si esprime, e spingo  molto su questo, con l’ascolto vero in scena anche quando si fanno dei monologhi”.

A proposito del vostro spettacolo che sarà in scena al Teatro Marconi di Roma in settembre  Come un corvo bianco… Chernobyl 1986 come è nato e perché la scelta di questo argomento?

“Io amo il genere narrazione. L’idea è nata dall’autore e amico Fabrizio Fasano. Il copione iniziale era molto tecnico e non arrivava in toto al pubblico.

Fabrizio ed io lo abbiamo lavorato, asciugato e creato dei personaggi come quello della Radioattività interpretato magistralmente da Deborah Ricci. Unico spettacolo teatrale in Italia dedicato a Chernobyl Gira tanto nelle scuole e ora sarà in gara il prossimo 8 settembre al Teatro Marconi di Roma al Festival Teatramm’.

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