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Jerzy Grotowski e il suo Teatro Povero

Jerzy Grotowski e il suo Teatro Povero

Indice dell'articolo

“Il teatro ha un significato solo se ci permette di trascendere la nostra visione stereotipata, i nostri livelli di giudizio, non tanto per fare qualcosa fine a se stessa ma per verificare la realtà e, avendo rinunciato già a tutte le finzioni di ogni giorno, in uno stato totalmente inerme, svelare, donare, scoprire noi stessi”.

È così che parla del teatro Jerzy Grotowski, uno fra i maggiori esponenti del teatro d’avanguardia.

Vita e Carriera di Grotowski

Jerzy Grotowski nasce in Polonia nell’agosto del 1933. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si trasferisce con la madre in un piccolo villaggio, mentre il padre si arruola come ufficiale nell’Esercito polacco.

Segue gli studi a Cracovia presso la Scuola Superiore d’Arte Teatrale e nel 1955 si laurea con una tesi sulla recitazione. Successivamente si trasferisce a Mosca per studiare regia presso l’Istituto Lunačarskij per le arti teatrali (oggi Università russa di arti teatrali). Nel corso del suo soggiorno nella capitale sovietica (terminato nel 1956) ha modo di conoscere e scoprire i nuovi indirizzi teatrali introdotti da figure di spicco del teatro russo come Stanislavskij, Vachtangov, Mejerchol’d e Tairov. In seguito, si iscrive ai corsi di regia della Scuola statale di teatro di Cracovia e prende parte attiva ai fermenti politici che caratterizzano la Polonia di quegli anni.

Jerzy Grotowski da giovane
Jerzy Grotowski da giovane

Alla fine degli anni Cinquanta, dopo le prime produzioni come regista con Le sedie di Ionesco (1957) e Gli dei della pioggia di Krzyszton (1958), si trasferisce a Opole, dove assume l’incarico di direttore del piccolo teatro locale, il Teatr 13 Rzedow (“Teatro delle Tredici File” – chiamato così per via delle tredici file di poltrone che lo costituivano).

Sono datati in questo periodo una serie di spettacoli che evidenziano già la particolare attenzione che ripone nell’innovazione scenica della regia, fra questi: Orfeo di Cocteau (1959), Caino di Byron (1960) e Mistero buffo di Majakovskij (1960).

La prima metà degli anni Sessanta sono costellati da tante regie che rimarranno impresse nella storia del teatro contemporaneo, ne ricordiamo alcuni: Akropolys di Wyspian´ski (1962), La tragica storia del doctor Faustus di Marlowe (1963), Studio su Amleto da Shakespeare e Wyspian´ski (1964).

Il Teatro laboratorio e la nascita del Teatro Povero

È sempre all’inizio degli anni Sessanta che corpo l’idea di “teatro povero”: la sua attività registica inizia ad accompagnarsi sempre di più ad una ricerca sull’attore, focalizzandosi sulle tecniche espressive e sulla dimensione di un teatro-rito.

Questa filosofia del teatro-rito è basata sul “dono di sé” dell’attore (l’atto totale) e sull’istituzione di una comunità spirituale con lo spettatore. 

Nel 1962 ribattezza il Teatr 13 Rzedow chiamandolo Teatr Laboratorium (“Teatro Laboratorio”), per trasferire tutta l’attività nel ‘65 a Wroclaw.

Così Grotowski rivoluziona il teatro e lo fa insieme al suo allievo Eugenio Barba, successivamente direttore e fondatore dell’Odin Teatret (uno dei padri del teatro contemporaneo). 

Nell’opera Per un Teatro Povero (1968) sottolinea la grande differenza fra teatro e cinema: due arti che non dovrebbero mai competere, in quanto differenti nella natura stessa, il teatro infatti dovrebbe concentrarsi sulla radice più profonda dell’azione stessa: gli attori di fronte agli spettatori.

Il teatro, grazie alla tecnica dell’attore, quest’arte in cui un organismo vivo lotta per motivi superiori, presenta una occasione di quel che potremmo definire l’integrazione, il rifiuto delle maschere, il palesamento della vera essenza: una totalità di reazioni fisico mentali”.

da “Per un teatro povero”

Grotowski continua per gli anni successivi la sua attività da regista con esperimenti parateatrali, intesi come lavoro su di sé, che si pongono in linea continua con l’indagine psicofisica iniziata con l’attività di regia teatrale, sottolineando sempre l’importante il rapporto con l’essere umano.

Il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale (CSRT) 

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, Pontedera diventa un punto di riferimento per la sperimentazione teatrale: da un piccolo gruppo di dilettanti ispirati dal Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina, nasce un teatro fatto in casa, ma pensato in grande. A Pontedera personaggi come Dario Marconcini e Roberto Bacci danno vita a sperimentazioni, ricerche e innovazioni teatrali, incontrando anche l’Odin Teatret di Eugenio Barba. 

Nel 1986, su invito del CSRT, Grotowski,con il contributo dell’Università della California e in collaborazione con Peter Brook, fonda il Workcenter of Jerzy Grotowski, che nel 1996, in seguito alla stretta collaborazione con Thomas Richards, il Workcenter cambia il proprio nome in Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards

Il Workcenter è tutt’oggi un istituto creativo di educazione permanente per artisti adulti, in cui la creatività drammatica ha largo spazio, basandosi anche su rigore e precisione ed è in relazione con le profonde, antiche radici dell’arte del teatro.

Dal 2007 il Workcenter ospita due gruppi di lavoro: il Focused Research Team in Art as Vehicle (diretto da Thomas Richards) e il gruppo di Open Program (diretto da Mario Biagini).

Dal 1996 era anche stato professore al Collège de France, a Parigi, come titolare della cattedra di Antropologia Teatrale.

Jerzy Grotowski muore a Pontedera nel 1999.

Un momento del laboratorio teatrale portato avanti da Grotowski.
Autore: Copyright: Yumi 
Copyright: © Simona Fossi – www.yumizzz.com

Per un teatro povero, l’influenza di Grotowski

Eliminando gradualmente tutto ciò che è superfluo, scopriamo che il teatro può esistere senza trucco, costumi e scenografie appositi, senza uno spazio scenico separato (il palcoscenico), senza gli effetti di luce e suono, etc. Non può esistere senza la relazione con lo spettatore in una comunione percettiva, diretta. Questa è un’antica verità teoretica, ovviamente. Mette alla prova la nozione di teatro come sintesi di disparate discipline creative; la letteratura, la scultura, la pittura, l’architettura, l’illuminazione, la recitazione…

La rivoluzione di Grotowski nel mondo del teatro porta proprio a un ripensamento del concetto stesso di teatro e del suo scopo nella cultura contemporanea.

Una delle idee su cui si basa infatti la sua filosofia è il concetto di teatro povero.

Con teatro povero intende un teatro in cui la preoccupazione fondamentale fosse il rapporto dell’attore con il pubblico, non l’allestimento scenico, i costumi, le luci o gli effetti speciali. 

Seguendo quest’idea tutto quello che è oltre pubblico e attore sono soltanto delle trappole che, anche se intensificavano l’esperienza teatrale, non erano però necessarie ai fini del  messaggio che il teatro doveva generare. 

Ed è in questo senso che intende il concetto di “Povero”: un teatro dominato dall’eliminazione di tutto ciò che non è necessario e che così facendo avrebbe lasciato l’attore “spogliato” e vulnerabile. 

Questo principio viene applicato da Grotowski al suo Teatro Laboratorio, liberandosi di tutti i costumi e dell’allestimento scenico e prediligendo allestimenti completamente neri e con attori con costumi di prova anch’essi totalmente neri..

A questo si aggiunge un training molto rigoroso che faceva seguire ai suoi attori, caratterizzato da rigorosi esercizi in modo che assumessero il totale controllo dei loro corpi.

Quel che era fondamentale per il regista era cosa avrebbe potuto fare l’attore con il suo corpo e la sua voce senza aiuti e unicamente con l’esperienza viscerale con il pubblico.

Ed è in questo senso che va oltre le tradizioni dei costumi esotici e degli allestimenti scenici sbalorditivi che avevano guidato la maggior parte del teatro europeo a partire dal XIX secolo. 

Luci e allestimenti non erano ovviamente trascurati nelle messinscene da lui curate, ma erano secondari e tendevano a fungere da complemento alla già esistente eccellenza degli attori.

A questo concetto di teatro povero, Grotowski unisce quello che vede il teatro come rito e una sorta di sacralità dell’attore: nel momento in cui l’attore entrava nella santità dello spazio scenico prendeva vita qualcosa di speciale, qualcosa di molto simile alla Messa nella Chiesa cattolica. Era in questo spazio, nella sacra relazione tra l’attore e il pubblico che lo spettatore veniva sfidato a pensare e a essere trasformato dal teatro

Il teatro di Grotowski ha influenzato gran parte del teatro italiano contemporaneo: dai maestri degli anni settanta-ottanta come Gian Carlo Riccardi, Leo De Berardinis, Francesco Mazzullo ai più giovani Roberto Latini, Danio Manfredini, Andrea Rossetti.

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