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Registi teatrali famosi: Peter Brook

Registi teatrali famosi: Peter Brook

Indice dell'articolo

Riuscire a riassumere la vita e l’operato di grandi nomi è sempre difficile, soprattutto quando si tratta di un personaggio come Peter Brook.
Brook è stato tante cose. Un innovatore, un genio, una colonna, un regista, un idealista. Il suo era un teatro fatto di segni in cui riscoprire chi siamo, un viaggio nell’animo umano, che alla fine ci porta alla scoperta di noi.

Vita e carriera

Peter (Stephen Paul) Brook nasce nella Londra del 1925 e cresce in un clima familiare dominato da un pensiero liberale e scientifico, volto alla cultura.

Esordisce giovanissimo come regista teatrale nel 1943 con il Doctor Faustus di Marlowe e solo due anni più tardi inizia a lavorare come direttore di scena al Birmingham Repertory Theatre.

È però nel 1947 che, proprio a Stratford-upon-Avon, lavorerà al suo primo Shakespeare come assistente alla regia di Romeo e Giulietta e Pene d’amor perdute allo Shakespeare Memorial Theatre, andando poi con gli anni a imporsi come acuto interprete e traduttore del teatro shakespeariano.

Fra il 1947 e il 1950 è direttore della London’s Royal Opera House, periodo durante il quale mette in scena una sua versione de La bohème di Puccini e una molto discussa e controversa interpretazione di Salomè di Strauss con le scenografie a firma di Salvador Dalì.

Nel 1962 ha inizio la sua direzione della Royal Shakespeare Company, insieme a Peter Hall.
Il suo teatro è dominato dai classici, ma non tralascia i nuovi autori, che anche grazie a lui assumono grande rilevanza internazionale: da Genet a Beckett, ma anche Peter Weiss con la rappresentazione di Marat Sade che pose l’intreccio tra politica e libido tra gli oggetti di massima attenzione.

Il centro internazionale di ricerca teatrale

Le sperimentazioni da lui portate avanti trovano un punto di svolta nel 1971 con la fondazione (insieme a Micheline Rozan) dell’International Center for Theatre Research, un gruppo multinazionale di attori, ballerini, musicisti e altri. La compagnia, con sede (dal 1974) a Parigi al Teatro Bouffes du Nord, suonando fra ostelli, villaggi e campi profughi, trascorre parte degli anni Settanta fra Medio Oriente e Africa.

Con la creazione del Centro internazionale di ricerca teatrale si affermano:

“lo studio del metodo, le vaste compagnie-laboratorio popolate da interpreti d’ogni nazionalità e lingua: le caratteristiche che rendono tanto unico e originale il lavoro di Peter Brook, tutte le tensioni, i tormenti e le filosofie che lo nutrono”.

Insieme alla Compagnia e sotto l’influenza di Grotowski e del Living Theatre, Brook sperimenta le possibili applicazioni teatrali di un linguaggio non significante, improvvisato e massimamente enfatizzato. Lascia la carica di direttore artistico solo nel 2008, delegando la direzione a Olivier Mantei e Olivier Poubelle.

Brook si spegne a Parigi nel luglio del 2022.

Peter Brook e Shakespeare

È impossibile parlare di Brook senza far cenno al suo rapporto con Shakespeare: nel corso della sua proficua (e lunga) carriera lo ha costantemente messo in scena, commentato e a lui fatto ritorno. Brook è nutrito delle opere del Bardo come fonti originarie, in scena e nel suo essere.

Lavora al suo primo Shakespeare – come già detto – proprio a Stratford-upon-Avon e negli anni, imponendosi fra i maggiori interpreti della voce del grande drammaturgo inglese, porterà in scena memorabili reinterpretazioni delle sue opere sia a teatro che al cinema.

Peter Brook e il suo rapporto con il teatro

Mahabharata: Petr Brook e la cultura indiana

Sicuramente una delle opere-simbolo del teatro di Peter Brook è la sua traduzione scenica del Mahabharata, uno dei più grandi poemi epici indiani e fra i testi fondamentali dell’Induismo.

L’approdo scenico del poema è del 1985, sul palcoscenico del Festival di Avignone, mentre nel 1989 la versione cinematografica inaugura la Mostra del Cinema di Venezia.

Ciò che ha reso epica questa versione è stata anche la sua durata, difatti l’edizione teatrale se rappresentata nella sua interezza durava nove ore. Il film nelle sue due ore è invece la sintesi di una visione della messa in scena.

Lo spettacolo è caratterizzato da un ritmo solenne e da un tono decisamente epico, che si può notare non solo per il testo scelto, ma anche per la varietà delle tecniche recitative e coreografiche.

In esso si possono, infatti, notare palesi riferimenti al teatro a Brook contemporaneo: dallo straniamento brechtiano si passa al teatro della crudeltà di Artaud, arrivando al Kathakali indiano, unendo a questi elementi anche spettacoli di marionette e arti marziali.

Notevole è anche la cornucopia di nazionalità che dominano il folto (fra i venti e i trenta attori) cast, di origine internazionale, in cui ognuno di essi parla francese o inglese senza nascondere l’evidente influsso della sua lingua madre, muovendosi in una scenografia spartana ma suggestiva.

La critica ha visto lo spettacolo come la visione mitologica di una società scissa e sull’orlo dell’autodistruzione, uno specchio di quella che per Brook è la situazione della realtà attuale.

È così che Mahabharata si mostra come il tentativo di trasformare il mito indù in arte universalizzata, accessibile a ogni cultura.

Il saggio di Peter Brook: “Lo spazio vuoto”

«Posso scegliere uno spazio vuoto qualsiasi e decidere che è un palcoscenico spoglio. Un uomo lo attraversa e un altro osserva: è sufficiente a dare inizio a un’azione teatrale».

Lo spazio vuoto è un saggio sull’arte teatrale pubblicato da Peter Brook nel 1968, a partire da una serie di conferenze tenute in diverse università. Per gli studiosi e amanti dell’arte teatrale è ormai una sorta di “Bibbia”, la base per iniziare a comprendere quel meraviglioso e complesso mondo che è il Teatro.

In quest’opera l’autore scompone lo spettacolo di tutti i suoi blocchi, dall’importanza dello spazio, all’uso che fa l’attore della scena.

Questo avviene perché agire uno spazio priva di alcun oggetto scenico, di luci, suoni, sembra semplice, mentre in realtà ma non lo è. Ed è l’attore colui che nel momento in cui entra in scena deve essere in grado di far suo lo spazio e renderlo vivo.

Lo spazio vuoto è in realtà un’opera che ci parla del senso della vita e della morte, un’analisi in cui il teatro viene concepito come una metafora del reale.

È a partire da questo che ci interroghiamo sulla relazione tra il fare teatro come vita e il fare teatro come progetto, come disegno del mondo, come forma d’insegnamento.

Quel che è magico del teatro e della poetica di Peter Brook è la sua capacità di farci riflettere, spesso inconsapevolmente su come in scena ci sia molto più di quello che appare.
La sua arte ci fa capire di essere anime portatrici di un racconto.

Grazie al teatro di Peter Brook possiamo scoprire la nostra primitiva necessità di narrarci, per salvarci.

E tutto questo accadeva e accadrà ancora con tutta la semplicità di cui si è sempre fatto portatore.

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