Dalla nascita del primo teatro stabile all’introduzione del blank verse, alle tecniche riprese secoli dopo da cinema e Tv
William Shakespeare, Christopher Marlowe, Ben Jonson e John Webster. Sono i drammaturghi del teatro elisabettiano, a cui è dedicato oggi l’approfondimento di Teatro per Tutti.
È naturalmente Shakespeare il protagonista indiscusso, ma vale anche la pena ricordare quanto il periodo e la fioritura del teatro elisabettiano sia stato fondamentale nella storia del teatro mondiale. Non solo per la produzione drammaturgica ma anche per le novità introdotte riguardo la nascita dei primi teatri stabili, il mestiere di attore professionista, la struttura dei teatri e la loro accessibilità anche alle classi meno abbienti.
Consideriamo inoltre quanto le vicende storiche dell’epoca abbiano inciso nell’immaginario degli autori che hanno saputo portare in scena dramma e comicità mescolandoli insieme, dare vita a personaggi diventati intramontabili e continuamente ripresi dagli artisti delle epoche successive.
Le origini del teatro elisabettiano: la nascita delle prime compagnie stabili
Partiamo dal periodo storico in cui si sviluppa il teatro elisabettiano, durante il regno di Elisabetta I, dal 1558 al 1603 e, in parte anche durante il regno di Giacomo I, dal 1603 al 1625.
Con Elisabetta I si entra innegabilmente nell’epoca moderna per l’Inghilterra. In questi anni, l’inghilterra si distacca dall’influenza del papato, dopo la sconfitta di Filippo II di Spagna – legato a Roma.
Contemporaneamente, si consolida la religione protestante, si sviluppano i commerci e la classe mercantile. ma si sviluppa anche l’attrazione verso i viaggi lontani e gli studi umanistici, rispetto a quelli religiosi.
In questo periodo si assiste infatti a un sempre più marcato interesse verso i classici greci e latini e verso le lingue antiche.
Rappresentazioni sacre messe al bando, Miracle Plays, Moralities a Interludes fino al metro in versi
Il distacco dall’ortodossia cattolica non tarda a farsi sentire anche sugli spettacoli teatrali.
Le rappresentazioni sacre lasciano il posto ad esibizioni che esaltano invece la figura del monarca, gli Interludes, o a testi con finalità educative ma orientate ad un maggiore laicismo, come i Moralities.
I Miracle Plays – nati durante il tardo medioevo – che narrano le vite dei santi, sono messi al bando da Elisabetta I. Tuttavia contengono alcuni elementi che, di fatto, anticipano il teatro elisabettiano. Ad esempio, non c’è la classica struttura a cinque atti, ma si narra per episodi e c’è un repentino passaggio dal serio al comico. Questo almeno fino a quando si arriva, sull’onda del rinnovato interesse per la cultura greco-latina, alla nascita dei minidrammi e viene inventato il metro del teatro in versi.

Dal giullare di corte all’attore professionista
È nel periodo elisabettiano che le compagnie teatrali si affrancano dal loro nomadismo per trovare una loro collocazione stabile a corte.
Anche in precedenza, con i Tudor, certo, erano frequenti i monarchi che finanziavano compagnie di artisti che vivevano a corte e componevano opere in occasione di festività, celebrazioni o inaugurazioni. In altre occasioni, invece, venivano inviati in tournée per esibirsi in altre casate e svolgere attività di informatori.
La vita del teatrante che desidera la stabilità economica è dunque inevitabilmente legata a quella del regnante o del nobile. Il teatrante conosce bene le trame e gli intrighi del nobile che lo ospita. E quelle stesse storie diventano per lui motivo di ispirazione artistica e le rappresenta nelle sue opere.
E questo è un un altro tratto che anticipa il teatro elisabettiano. C’è però da dire che con Elisabetta I, questa tendenza si consolida.
Nel 1572, infatti, la regina emana la Legge sui poveri, che obbliga le compagnie di artisti ambulanti a cercarsi un protettore, pena l’accusa di vagabondaggio.
È però una svolta positiva solo in parte, poiché i pregiudizi – retaggio dell’epoca medievale – su chi fa teatro non arretrano. Spesso sia le istituzioni che la gente comune manifesta ostilità verso i teatranti, che sono costretti ad esibirsi in teatri costruiti appositamente al di fuori delle giurisdizioni comunali, malgrado i loro facoltosi protettori.
Il primo teatro stabile e le Liberties, il Globe e il Blackfriars
Il primo teatro stabile inglese, dopo la sfortunata parentesi del Red Lion, aperto nel 1567 e subito richiuso, è The Theatre, aperto nel 1576. Voluto dall’attore e impresario James Burbage, questo edificio teatrale stabile è stato eretto nella periferia di Shoreditch, al di fuori della giurisdizione di Londra, dove dall’anno prima esibirsi era stato proibito anche per i rischi legati alla peste.
Iniziano poi a costituirsi le Liberties, non solo a Shoreditch ma anche nel Surrey, cioè zone franche dove gli attori fanno tesoro della semplicità medievale, imparando a fare a meno di tutto e sfruttando al massimo l’ingegno e la creatività.
Dopo The Theatre, vengono aperti il Curtain Theatre (1577), il Rose (1587), lo Swan (1595) il Globe (1599), il Fortune (1600) e il Red Bull (1604)

Il teatro elisabettiano: diversi tipi di struttura
Si tratta di costruzioni in legno, spesso a pianta poligonale, con un’area scoperta al centro per la luce naturale e gallerie coperte per gli spettatori a pagamento.
Alte solitamente tre piani, col palco sollevato dal terreno per un metro e mezzo e coperto da un tetto. Sul fondo ci sono le porte d’ingresso e di uscita. I primi teatri possono ospitare fino a 3.000 persone. Il Globe viene distrutto da un incendio nel 1613 e ricostruito con un tetto in tegole.
Un modello diverso di teatro è il Blackfriars, ricavato da un ex convento e aperto al pubblico a partire dal 1599, di dimensioni più piccole e più simile ai teatri di oggi.
Nel 1629 viene aperto anche il Salisbury Court Theatre a cui si aggiungono i Teatri di Cockpit e il Salisbury Court.
Col passare degli anni aumentano gli edifici e le compagnie teatrali; se fino al 1580, in condizioni di bel tempo, alcuni teatri potevano ospitare fino a 5.000 spettatori, nei primi anni del 1600 si arriva a 10.000.
Il teatro elisabettiano: un grande contenitore per un pubblico variegato
Gli spettacoli teatrali in epoca elisabettiana sono accessibili a tutte le classi sociali, con variazioni di prezzo del biglietto a seconda del posto a sedere all’interno dell’edificio.
Questo non avviene In Italia, dove il teatro è una forma di intrattenimento elitaria, proprio per sua evoluzione verso spettacoli impegnativi e con richiami prevalentemente letterari.
Il teatro elisabettiano, pur ispirandosi ad autori classici, riesce invece a proporsi come contenitore capace di attirare fasce sociali diverse.
La frequentazione del teatro pubblico è un costume molto radicato: il teatro è il luogo di intrattenimento per eccellenza, dove vengono portati anche i bambini. Diverso è invece il discorso per i teatri privati, dove il biglietto d’ingresso è molto costoso.
Per accontentare un pubblico così variegato le tematiche toccate devono coprire un’ampia panoramica: l’amore, la guerra, il divertimento, ma anche la filosofia e il diritto. Di qui una grande versatilità e capacità degli autori di riuscire ad arricchire il linguaggio con vari registri: il comico, il tragico, il drammatico, il formale.
Verso la contaminazione dei generi
Inserito in un contesto sociale e storico di profondi cambiamenti, l’artista elisabettiano si rivolge come già accennato prima, al mondo classico, dove attinge alla tragedia greca e latina. Riprende quindi la struttura dei cinque atti, il pathos, i personaggi storici o mitologici.
L’attrazione verso la contemporaneità e gli aspetti inediti che si profilano sul piano culturale, sollecitano però la ricerca verso una contaminazione dei generi.
Drammi in primo piano, quindi, ma anche pastorali, tragicommedie e trame romanzate. Così come i drammi familiari e personali dei personaggi sono spesso intrecciati a quelli reali su larga scala delle nazioni, spesso coinvolte in guerre sanguinose.

Il blank verse e il palcoscenico
Ma ci sono altre due importanti innovazioni del teatro elisabettiano, che riguardano la metrica e il palcoscenico.
Riguardo la metrica, troviamo l’introduzione del pentametro giambico o blank verse, che richiama quello latino di Seneca. Non c’è più quindi l’obbligo della rima, che spesso rende artificioso il testo, soprattutto se si tratta di un dialogo.
Introdotto prima nelle traduzioni dell’Eneide del Conte di Surrey, nel 1540, il blank verse entra a far parte dei testi teatrali verso il 1560, per poi erompere nel Paradiso Perduto di John Milton nel 1667.
Un’altra innovazione fondamentale riguarda il palcoscenico, dove si susseguono scene ambientate in tempi e luoghi diversi, una tecnica che conferisce agilità e dinamismo alla rappresentazione e che, unita alla recitazione con i blank verse, rendono maggiore freschezza e spontaneità. Secoli più tardi le stesse tecniche saranno riprese da cinema e televisione.

Il teatro elisabettiano: com’era la vita dei drammaturghi?
Parliamo, infine, dei drammaturghi elisabettiani.
Non è una vita facile, per loro, costretti a scrivere per paghe modeste e senza che esista alcun diritto d’autore che li tuteli. Una volta venduta l’opera ad una compagnia teatrale, il drammaturgo non può esercitare alcun controllo né sul modo in cui sarà messa in scena né sulla scelta degli attori, né tantomeno sulla revisione del testo.
Riguardo le loro vicende personali, spesso sono truculente: Ben Jonson ha un temperamento collerico e finisce con l’uccidere un attore; Marlowe viene ucciso in una rissa all’interno di una taverna, mentre Shakespeare, che è la punta di diamante del periodo elisabettiano, frequentava persone equivoche e prestava soldi a usura. – E a proposito di Marlowe e Shakespeare, ecco qua un articolo sulla loro presunta rivalità –
La fine del teatro elisabettiano è datata 1642, quando la maggioranza puritana presente nel Parlamento inglese decide di chiudere tutti i teatri per ragioni morali. Le sue intuizioni e i suoi contributi come sappiamo, sono stati ripresi, approfonditi, rielaborati. Molto, moltissimo si deve al teatro elisabettiano tuttora.
