La Compagnia del Barone è un vero esempio di come si può fare impresa teatrale nella nostra moderna società. È nata a Brescia nel 2014 e presente con corsi di formazione, produzioni e spettacoli in completa autonomia economica e gestionale
È possibile fondare una compagnia teatrale e gestirla da soli, dal punto di vista non solo della produzione, ma anche in tutti gli aspetti amministrativi, tecnici, legali e di marketing? Se sì, come ci si organizza, quali sono le strategie e quali gli errori da non fare? Insomma, come si fa impresa teatrale? Ne parliamo con La Compagnia del Barone di Brescia, nata nel 2014 e fondata da Andrea Moltisanti, Silvia Napoletano e Luca Bassi, ai quali si è aggiunta successivamente Cecilia Botturi.
Connotatasi fin dagli esordi come realtà imprenditoriale autogestita che ricalca la tradizione della compagnia capocomicale ottocentesca, nel corso degli anni ha saputo tessere collaborazioni a livello nazionale. Ora, questa impresa teatrale è presente attraverso corsi di formazione teatrale rivolti sia agli adulti che agli adolescenti nelle città di Brescia, Torino, Cagliari, Genova, Firenze, Lucca e Aosta. Molto valorizzate, in questa realtà, anche la formazione delle figure professionali legate alla parte tecnica dello spettacolo dal vivo quali le luci e la parte audio, sempre con la duplice finalità di erogare formazione e garantire la propria autogestione.
Impresa Teatrale: La base economica di una compagnia che si auto-produce sono i corsi di formazione
Per capire cosa significa fare impresa teatrale, Ad Andrea Moltisanti e a Caterina Paolinelli, docente entrata da poco che tiene corsi di recitazione nella sede di Lucca chiedo: quali sono gli step per partire in questa direzione? Oggi la tendenza generale è quella della sinergia e delle collaborazioni esterne.
Andrea Moltisanti: “Come sempre, tutto parte da un’idea. Dopo aver frequentato la scuola milanese Quelli di Grock, sapevo che non potevo fermarmi o continuare a stare attaccato al carro di qualcun altro. L’idea di realizzare qualcosa di mio era forte e dunque ecco l’idea di partire dal nulla. Una telefonata a Luca Bassi e Silvia Napoletano, attori bravi ed entusiasti, con cui avevo già condiviso esperienze teatrali. Un caffè a casa mia, seduti ad un tavolo. Questo accadeva 10 anni fa. In una società liquida come la nostra, anche l’impresa lo è e lo sarà sempre di più.
Scegliere un testo, trovare un regista, trovare uno spazio per le prove, tutto a progetto, liquido appunto. Niente di certo e di consolidato, se non l’energia che ci unisce. Il primo testo su cui abbiamo lavorato (Cecilia Botturi nel frattempo aveva sostituito Silvia e diventava membro stabile della compagnia) è stato L’uomo in soffitta di Timothy Daly, autore australiano, noto per avere lavorato con attori del calibro di Cate Blanchett e Goffrey Rush.
Da qui il viaggio in macchina ad Avignone per incontrare l’autore in occasione del festival del teatro. Una cena in un ristorante tipico e un contratto con il quale Daly approvava la traduzione in italiano di Silvia e ci concedeva l’esclusiva in Italia per un anno. Spettacolo emozionante, sugli ebrei e tratto da una storia vera. Altre produzioni negli anni successivi e tre anni fa l’idea di cominciare con i corsi di recitazione, la vera base economica di una compagnia che si auto-produce.
La sinergia di cui parli nella domanda l’ho trovata nel network, creando delle filiali della mia scuola. Oggi abbiamo più di 70 allievi fra Brescia, Cagliari, Torino, Genova, Firenze, Lucca e Aosta”.

“Bisogna circondarsi di collaboratori più in gamba di noi”
Che consigli dareste a chi volesse fare impresa teatrale e muoversi nella stessa identica direzione che avete scelto voi?
A.M.: “Ciò che fa la differenza è la fiducia nel progetto. Bisogna immaginare come sarà, nei dettagli, darsi delle scadenze e crederci nonostante le difficoltà. Le conoscenze tecniche, burocratiche, di marketing o altro si acquisiscono via via, facendo domande stupide e figuracce con questo e con quello.
Non è importante sapere tutto, ma sapere dove andare a cercare ciò che ci serve. Infine chi vuole riuscire, secondo me, deve circondarsi di collaboratori più in gamba di lui. Questa è la prima delle regole”.
Quali sono i punti di forza e quali le principali difficoltà di fare impresa teatrale?
A.M.: “I punti di forza sono l’autonomia e la libertà di non dover rendere conto ad un capo che, nella mia esperienza in azienda, è stato un modello di come non vorrei mai essere. Per contro, lavorare senza sponsor o finanziamenti pubblici ti espone continuamente alla carenza di entrate. Ma questo è un lavoro che si sceglie per passione, non certo per arricchirsi”.
Fare impresa teatrale oggi avendo come punto di riferimento le compagnie capocomicali dell’800
Avete una compagnia o un autore che avete preso come punto di riferimento sia per quanto concerne le scelte autoriali che per quelle prettamente organizzative?
A.M.: “Studiando la storia del teatro all’università o, anche dopo, in autonomia, sono rimasto affascinato dagli attori della Commedia dell’Arte. Mi affascinava il loro stile di vita, i loro testi, le maschere e soprattutto il fatto che per la prima volta il teatro diventava un’impresa, con costi, ricavi e profitti. Non più il poeta di corte protetto dal mecenate che scriveva commedie ma che all’occorrenza faceva il segretario tutto fare (“Di poeta cavallar mi feo” diceva Ariosto). Bensì un gruppo di girovaghi, peraltro maledetti dalla società e sepolti fuori dai luoghi consacrati, che per la prima volta applicava i meccanismi delle moderne imprese ad un’arte magica come quella del palcoscenico.
La storia delle compagnie capocomicali ottocentesche è altrettanto affascinante proprio per gli stessi motivi di autonomia e gestione delle mansioni”.
Il marketing teatrale (di cui si parla in modo approfondito in questa pagina web del sito di Teatro per Tutti), le sue caratteristiche rispetto ad altre forme di spettacolo dal vivo e le sue dinamiche. Come riuscite ad affrontarlo senza rivolgervi ad un’agenzia esterna?
A.M.:“Tasto dolente decisamente! Come detto sopra… ci arrangiamo. Abbiamo una collaboratrice che ci cura sito e pagine social, ma con la concorrenza che c’è non è facile farsi pubblicità. La cosa migliore comunque resta il passaparola, nel bene e nel male. Se fai un passo falso la voce gira più velocemente di un’esperienza positiva”.
Puntare molto sulla formazione a 360 gradi, dalla recitazione agli aspetti tecnici e manuali dello spettacolo dal vivo
Veniamo alla formazione, che è un altro aspetto che connota il vostro lavoro. Voi tenete corsi di teatro e workshop in tutta Italia rivolti per adulti e adolescenti. Vi occupate sia di recitazione cinematografica che teatrale e tra le vostre ultime proposte, questa volta online, c’è anche un corso di formazione su Luci e audio in teatro. Che tipo di target avete?
A.M.: “Per essere onesto, l’idea è partita dalla mia curiosità di imparare anche gli aspetti prettamente pratici di questo mestiere. La bellezza del teatro sta anche in questo mix strano fra aspetti letterari (il testo drammaturgico) e altri tecnici e manuali (americane, fari, dimmer, gelatine etc…). Mi sono chiesto quanti come me vorrebbero un seminario che ti insegna anche queste cose. Detto fatto!”.
Caterina Paolinelli: “Io sono una new entry nella super squadra di Andrea Moltisanti e devo dire che ne sono molto felice. Ho trovato fin da subito l’idea di Andrea veramente intelligente e valida. Creare una rete di corsi in tutta Italia sotto un’unica associazione è di per sé un progetto vincente. Questo perché per il singolo attore e/o docente non è sempre facile mettere in piedi da solo un corso di teatro proprio per tutta la parte burocratica e amministrativa. Invece mettendosi insieme e scambiandosi vincendevolmente le proprie professionalità, si rende possibile e anche molto agile un procedimento. So che l’offerta formativa de La compagnia del Barone è veramente ricca ed ampia.
Il target a cui si rivolge il mio corso in particolare è: principianti. Si è formato a Lucca un bel gruppo di persone che più o meno si affacciano al teatro per la prima volta o quasi e devo dire che portare avanti questa classe è enormemente stimolante ed è per me una grande sfida. Ogni volta escogito modi, giochi, esercizi per portare i miei allievi e allieve sempre un pochettino di più dentro una mentalità teatrale.
Sì, mentalità teatrale, di questo si tratta e l’ho proprio capito lavorando con la classe. Perché mentre per me è ormai scontato pensare e agire in un certo modo quando sono in scena, vedo che tutti loro, che fanno altro nella vita; hanno la necessità di essere guidati all’interno di una nuova realtà che ha soluzioni di pensiero e modalità di azione che sembrano la vita, ma non sono la vita. Sottile. Stimolante. Sfidante. Si entra in conflitto, si può un po’ soffrire, si scoprono i propri limiti, ci si confronta con se stessi e poi, fatto il salto, ci si diverte da matti!”.

Chi vuol fare recitazione da professionista stia molto attento alla scuola che sceglie
Le vostre considerazioni sul panorama teatrale di formazione in Italia di cui la vostra compagnia è parte
C.P.: “Per quello che io so, da attrice, in Italia c’è un panorama vastissimo e sotto la denominazione di formazione teatrale si può trovare qualunque, ma veramente qualunque cosa e bisogna stare molto attenti, soprattutto se si è giovani. Infatti si rischia di buttare soldi e invece di imparare cose, prendersi pure dei brutti vizi scenici. Da capire intanto chi vuole fare un corso e perché. Se il soggetto è giovane e il suo obiettivo è fare il professionista, il mio consiglio è sempre quello di rivolgersi alle Accademie più serie ed istituzionali come la Scuola del Piccolo Teatro di Milano, l’Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, poi ci sono le scuole di: Genova, Torino, Udine, Parma, Venezia, Padova e altre su Milano. Al di fuori di queste bisogna appunto stare molto, molto e ancora molto attenti. Se invece il soggetto è una persona che si avvicina al teatro con spirito hobbistico e amatoriale, la cosa che deve guardare è se la persona che tiene il corso è una persona valida dal punto di vista curricolare. In soldoni se è o no un professionista nel suo campo. Non necessariamente attore professionista, ma che almeno sia un pedagogo nell’ambito teatrale. Dopo questo primo step, direi che fondamentale è l’impressione che si riceve alla lezione di prova, già lì si capisce se la persona che abbiamo davanti sa trattare la materia e le persone oppure no. Ma forse sto divagando. Mi scuso. La domanda apre a molteplici discussioni che potremmo fare e non voglio dilungarmi oltre”.
L’importanza di luce e audio e della capacità di entrare in sintonia col regista
A Lorenzo Sarinelli, che in questi giorni ha guidato una lezione online su Luci e audio in teatro chiedo invece qualche considerazione sull’importanza dell’uso delle luci nel teatro. Perché è così strategico e quali sono gli accorgimenti base di cui occorre tener conto?
Lorenzo Sarinelli: “A mio dire la luce in teatro è fondamentale e non sono di parte. Proviamo a pensare un attore in scena che recita al buio… sarebbe un disastro, non si riuscirebbe a notare l’espressione sul suo volto quando recita, così come non si noterebbero i vestiti e le scenografie, ma se puntiamo un piazzato (luce frontale) sull’attore e due tagli (luci laterali) sulla scenografia il discorso cambia”.
Il tecnico delle luci è una figura indispensabile nella messa in scena di uno spettacolo ma spesso poco considerata. Lavora in sinergia con regista, attori e altre figure. Ci puoi spiegare le varie fasi della realizzazione di uno spettacolo dal punto di vista degli interventi di chi si occupa delle luci?
L.S.: “Il tecnico delle luci è poco considerato forse perché è sempre nascosto in regia. Dal punto di vista tecnico il responsabile delle luci è colui che rende concreta l’idea del regista. La prima fondamentale fase sta nell’interpretare l’idea del regista e non sempre ci si riesce. La seconda fase, tecnica, consiste nel decidere come puntare le luci sui vari attori e sulla scenografia e si decidono i vari cambi di luce e buio per il cambio tecnico degli abiti di scena e scenografia. La terza fase sono prove su prove per rendere minimo il margine di errore”.
Veniamo alla componente audio. Anche questo è un aspetto fondamentale della fruibilità dello spettacolo. Chi se ne occupa e come si dispiega il suo lavoro incrociandosi con quello delle altre figure professionali?
L.S.: “Generalmente il tecnico del suono, che cura l’audio, prepara il Master (musiche dello spettacolo) con il regista, regola i volumi nel corso della performance. Un lavoro che va eseguito con la massima precisione e per il quale si deve avere un buon orecchio”.

Photocredit foto di scena Mario Martinazzi
Photocredit foto di Caterina Paolinelli, Riccardo Riande
Maggiori info su La Compagnia del Barone: http://www.lacompagniadelbarone.it/
