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Shakespeare: chi era davvero e perché continua a parlarci così tanto

Indice dell'articolo

Tutti sanno chi è Shakespeare. Le sue opere sono famose in tutto il mondo, i suoi personaggi sono diventati simboli, certe battute le conoscono anche persone che non hanno mai visto un suo spettacolo.

Eppure, se ci fermiamo un attimo, c’è una cosa curiosa: della sua vita sappiamo pochissimo.
Ed è proprio questo che rende ancora più interessante una domanda: perché, dopo più di quattro secoli, continuiamo a tornare sempre da lui?

In questo articolo provo a rispondere in modo semplice, ma senza semplificare troppo: chi era Shakespeare, che tipo di uomo di teatro era, e perché il suo modo di scrivere ha lasciato un segno così profondo.

Chi era davvero William Shakespeare

Lo dico subito: le incertezze sulla vita di Shakespeare iniziano praticamente dalla nascita.

La data che si indica più spesso è il 23 aprile 1564, ma non esiste un documento che lo confermi. Quello che sappiamo con certezza è che fu battezzato il 26 aprile 1564 alla Holy Trinity Church di Stratford-upon-Avon. Siccome all’epoca i neonati venivano di solito battezzati pochi giorni dopo la nascita, si è arrivati a quella data “tradizionale”.

Shakespeare non nasce aristocratico, ma nemmeno in una famiglia miserabile. Suo padre, John Shakespeare, era un artigiano e uomo d’affari piuttosto abile. Sposando Mary Arden, più ricca di lui, migliora rapidamente la propria posizione sociale e arriva a diventare balivo di Stratford, una sorta di sindaco.

Questo conta parecchio. Shakespeare cresce in un ambiente che gli permette di osservare da vicino il commercio, il potere, le gerarchie sociali. Tutte cose che, più avanti, torneranno nei suoi testi.

La formazione: poche certezze, molti indizi

Anche sulla sua istruzione non abbiamo documenti definitivi. Ma basta leggere le sue opere per capire una cosa: alle spalle doveva avere una preparazione solida.

Per questo si suppone che abbia frequentato la grammar school di Stratford, dove si studiavano latino, retorica, oratoria e letteratura classica. Non proprio dettagli irrilevanti, se poi finisci per scrivere alcune delle opere più influenti della storia del teatro.

Finito il percorso di studi, è probabile che abbia lavorato nella bottega del padre. Intanto Stratford non era affatto un paesino isolato: era una città importante, in cui passavano spesso compagnie teatrali professioniste.

È molto probabile, quindi, che Shakespeare abbia conosciuto il teatro prima di tutto come spettatore. E chissà, forse proprio lì è nata la scintilla.

Shakespeare Vita

Matrimonio, famiglia e gli anni più misteriosi

Su una cosa, però, siamo sicuri: alla fine del 1582, a diciotto anni, Shakespeare sposa Anne Hathaway, che di anni ne ha ventisei. Sei mesi dopo nasce la loro prima figlia, Susanna. Più tardi arrivano i gemelli Judith e Hamnet.

La morte di Hamnet, a soli undici anni, è uno dei grandi dolori della sua vita. Non abbiamo confessioni intime, non abbiamo diari, ma è difficile non pensare che quel lutto abbia lasciato un segno profondo. Anche perché, più tardi, Shakespeare scriverà Hamlet, una tragedia ossessionata dal lutto, dal rapporto padre-figlio e dalla perdita.

Poi arrivano i famosi “anni perduti”: fino al 1592 sappiamo pochissimo di lui. Non sappiamo con certezza quando o come sia cominciata la sua carriera teatrale. Possiamo immaginare che abbia lasciato Stratford, famiglia e lavoro per seguire una compagnia e trasferirsi a Londra. Ma restiamo nel campo delle ipotesi.

Shakespeare non era uno scrittore chiuso in uno studiolo

Una cosa, però, è chiara: Shakespeare non è mai stato il classico autore solitario che vive di ispirazione e penna d’oca.

Era un uomo di teatro a tutto tondo.
Lavorava come autore, attore e impresario. Recitava in scena, spesso nel ruolo del Fool, e investiva denaro nella propria compagnia.
Scriveva per il palcoscenico, per attori reali, per un pubblico reale, per un sistema teatrale vivo e competitivo.

E questo cambia tutto.

Perché Shakespeare scrive sapendo perfettamente che cosa può funzionare in scena, che cosa tiene viva l’attenzione, che cosa muove gli spettatori.

Il pubblico elisabettiano e il mestiere del teatro

Shakespeare vive e lavora in un contesto culturalmente fortunato: la Londra elisabettiana. Il teatro è un mercato attivo, vivace, rumoroso. Non c’è il silenzio sacrale che immaginiamo oggi. Il pubblico parla, commenta, reagisce.

E soprattutto è un pubblico misto. In platea ci sono mercanti, artigiani, gente colta, gente che vuole solo divertirsi. Shakespeare deve parlare a tutti. E ci riesce.

Come? Puntando su quello che ricchi e poveri hanno in comune: passioni, desideri, paura, amore, ambizione, gelosia, vergogna, lutto.

È per questo che nelle sue opere il comico e il tragico si intrecciano continuamente. Romeo e Giulietta è una tragedia, ma dentro ci trovi personaggi che alleggeriscono la tensione o la complicano con ironia. Il Mercante di Venezia è una commedia, ma a un certo punto l’atmosfera si fa cupissima.

Shakespeare non separa mai nettamente i registri, perché la vita non lo fa.

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Personaggi che non si lasciano rinchiudere in una definizione

Un altro motivo per cui Shakespeare continua a funzionare è che non costruisce personaggi schematici.

Sì, a prima vista sembrano esserci il buono e il cattivo. Ma basta grattare appena la superficie e tutto si complica. I suoi personaggi cambiano idea, si contraddicono, si arrabbiano, si giustificano, si pentono, si autoingannano.

Persino i suoi antagonisti non sono mai semplici mostri. Claudio in Amleto, Shylock nel Mercante di Venezia, Lady Macbeth: sono esseri umani, prima ancora che funzioni narrative.

E questo mette a disagio. Perché Shakespeare non ci rassicura. Non ci dice mai: ecco il colpevole, ecco l’innocente, ecco il giudizio giusto. Ci coinvolge e basta. E poi ci lascia lì, a fare i conti con quello che abbiamo visto.

Lo stile: dal verso alla psicologia

Una delle cose più affascinanti di Shakespeare è che non resta mai uguale a se stesso.

Se leggi le opere in ordine cronologico, noti chiaramente un’evoluzione. Nei primi testi, come Pene d’amor perdute o Tito Andronico, il verso è ancora molto retorico, declamatorio. I personaggi parlano spesso per mostrare abilità linguistica, più che per svelare il loro mondo interiore.

Poi, a un certo punto, Shakespeare capisce una cosa fondamentale: il pubblico non vuole solo belle parole. Vuole esseri umani credibili.

E allora le parole cambiano funzione. Non servono più solo a “suonare bene”, ma a rivelare pensieri, paure, desideri.

Hamlet come spartiacque

L’opera in cui questo salto si sente in modo fortissimo è Hamlet.

Qui i monologhi non sono più semplici dichiarazioni. Sono momenti in cui il personaggio pensa davanti a noi. Non parla per spiegarsi al pubblico, ma perché è immerso nei propri dubbi. E noi lo ascoltiamo mentre la sua mente lavora.

È una differenza enorme. E segna il passaggio dallo Shakespeare giovane a quello maturo.

Il verso che si rompe

Questo cambiamento si sente anche nella struttura del verso.

Shakespeare parte dal pentametro giambico, il verso più usato nel teatro inglese dell’epoca. Ma col tempo comincia a “romperlo”. Introduce enjambement, frasi che proseguono nel verso successivo, interruzioni, sospensioni, pensieri lasciati a metà.

Per l’attore è una miniera. Perché quelle rotture non sono casuali: spesso indicano un dubbio, un’emozione che spezza il pensiero, una tensione interna.

In altre parole, Shakespeare non scrive solo frasi belle. Scrive pensieri in azione.

Perché piaceva a Stanislavskij

Non è un caso che Stanislavskij facesse studiare Shakespeare ai suoi attori.

I suoi testi sono pieni di sottotesto, cioè di tutto quello che il personaggio pensa e prova senza dirlo esplicitamente.
Ed è proprio questo che rende i ruoli shakespeariani ancora così vivi: non sono figure fisse, ma persone con contraddizioni, emozioni, blocchi, impulsi.

Perché Shakespeare ci parla ancora oggi

La risposta sta nel mestiere e nell’umanità.

Shakespeare continua a parlarci perché non ci dice mai cosa pensare. Non offre soluzioni morali comode. Costruisce situazioni in cui ogni scelta ha un costo, proprio come nella vita vera.

Nel Mercante di Venezia, per esempio, la legge funziona. Ma l’umanità fatica a trovare spazio. E quel finale ci resta addosso proprio per questo: non ci consegna una morale, ci consegna un disagio.

Shakespeare non ci chiede di giudicare i suoi personaggi dall’alto. Ci chiede di guardarci mentre li giudichiamo.

Ed è questa la sua grandezza. Non scrive personaggi “memorabili” perché fa frasi da citazione. Li scrive così bene perché li lascia vivere nella loro complessità.

Di Shakespeare sappiamo meno di quanto vorremmo. Ma delle sue opere sappiamo abbastanza per capire una cosa: non è diventato immortale per caso.

È stato un uomo di teatro vero, uno che conosceva il pubblico, il ritmo della scena, il peso delle parole e il caos dei sentimenti umani.

E forse è proprio questo il motivo per cui, dopo più di quattro secoli, continuiamo a tornare da lui: perché ci offre esseri umani. E quelli, purtroppo o per fortuna, non passano mai di moda.

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