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Il dramma borghese: quando il teatro parla di gente comune

Indice dell'articolo

Ad un certo punto della storia, il teatro europeo ha deciso di cambiare tono.
Basta re, duelli e passioni incandescenti.
È tempo di parlare di gente comune: famiglie, sentimenti, reputazione e tutte quelle piccole grandi cose che tengono in piedi (e a volte distruggono) la nostra quotidianità.

Siamo intorno al 1750, nel pieno dell’Illuminismo, e un filosofo francese dal cervello brillante — Denis Diderot — inaugura un nuovo modo di fare teatro: il dramma borghese.
Un genere che, a pensarci bene, continua a parlarci ancora oggi.

quando è nato il dramma borghese

Perché gli autori hanno smesso di raccontare eroi e tragedie per concentrarsi su gente “normale”?
La risposta, come sempre, sta nel contesto storico e sociale.

Il Settecento è il secolo della rivoluzione industriale.
Le città si ingrandiscono, la classe borghese prende potere, e nascono nuovi valori: il lavoro, la reputazione, il decoro.
L’Illuminismo invita tutti — filosofi e drammaturghi compresi — a cercare la verità attraverso la ragione.

E così le storie di re e divinità cominciano a sembrare fuori moda, qualcosa di decisamente poco interessante.
La verità, scopre Diderot, si nasconde nelle persone comuni.
Ed ecco che i conflitti si spostano dai palazzi alle case.
Il teatro entra in salotto. Letteralmente.

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Denis Diderot, il padre del dramma borghese

Denis Diderot: il papà del dramma borghese

Denis Diderot è considerato il fondatore di questo nuovo modo di scrivere e fare teatro. Era un filosofo e il co-direttore della Encyclopédie.

Come altri intellettuali illuministi, era convinto che ogni aspetto della cultura dovesse lavorare affinché si espandesse il modo di vedere il mondo tipico di questo movimento culturale, che vede l’uomo e la ragione al centro.
Per questo motivo Denis Diderot si occupò, a livello teorico, anche di teatro.

Intorno al 1750 teorizza quindi un teatro che racconti la vita quotidiana, fatto di persone vere e problemi reali.
Ne parla in due trattati fondamentali: Sulla poesia drammatica e Il paradosso dell’attore, oltre che nel suo testo teatrale Il figlio naturale.

Diderot immagina un teatro in cui lo spettatore possa riconoscersi in ciò che vede.
Non più solo intrattenimento, ma un laboratorio morale, dove il pubblico si interroga e riflette.
Una rivoluzione: il teatro diventa specchio, non più maschera.

Le caratteristiche del dramma borghese

Denis Diderot aveva le idee chiare, per cui elencò una serie di caratteristiche con cui identificare il dramma borghese, o dramma serio come piaceva a lui chiamarlo.

1. Le tematiche

Niente più re o guerrieri: i protagonisti sono persone comuni.
Si parla di matrimonio, educazione, reputazione.
Uomini e donne rispettabili che, dietro l’apparenza, nascondono crepe profonde.
Il conflitto non è più “vita o morte”, ma “dovere o desiderio”, “status o verità”. Cioè argomenti e tematiche in cui lo spettatore può riconoscere se stesso.

2. Le scenografie

Addio sfarzo, benvenuto realismo.
La scena diventa un interno borghese: un salotto, un tavolo, un divano.
Ogni oggetto racconta qualcosa dei personaggi.

La scenografia non è semplicemente una cornice, ma diventa quasi parte dello spettacolo.
La casa in cui agiscono i personaggi diventa quindi uno specchio delle loro contraddizioni.

3. Il linguaggio

Nel drmma borghese ideato da Denis Dierot anche il linguaggio usato dai personaggi deve cambiare e rompere con il passato. Si abbandona la poesia e si passa alla prosa.
Le frasi diventano quotidiane, piene di sottintesi.
I personaggi parlano come il pubblico: per la prima volta, il teatro “suona” reale.

4. La recitazione

Le riflessioni teoriche di Diderot vanno a toccare e a modificare anche la recitazione degli interpreti.

Gli attori smettono di declamare.
Si preferisce una recitazione più contenuta con gesti più piccoli, toni più naturali, sguardi più veri.
Le emozioni non vengono urlate, ma trattenute.
Cade la maschera artificiosa, resta la sincerità.

5. La quarta parete

Ed eccolo, il colpo di genio di Diderot: la quarta parete.
Un muro invisibile che separa attori e spettatori.
Chi è in scena vive davvero la sua storia, dimenticando chi lo guarda.
Il pubblico, in silenzio, spia la vita che scorre davanti a sé.
Un trucco semplice, ma che ha cambiato il modo di concepire la recitazione.

La borghesia protagonista (ma non troppo democratica)

Probabilmente il tratto più rivoluzionario del dramma borghese è il fatto che parli alle persone. Ma attenzione, non si rivolge a tutte le persone, solo ad alcune.

Sulla scena è la borghesia stessa a raccontarsi: i suoi valori, le sue ansie, le sue ipocrisie.

Le classi popolari compaiono in scena, ma quasi sempre come contrasto o specchio. E comunque mai come protagoniste della vicenda raccontata sulle assi del palcoscenico.

D’altronde, i teatri erano pieni soprattutto di spettatori borghesi ed è naturle che proprio a loro Diderot volesse rivolgersi.

dramma borghese
August Strindberg, Anton Cechov e Henrik Ibsen: tre grandi autori del dramma borghese

I tre autori che hanno fatto grande il dramma borghese

Il dramma borghese nasce nel 1750 e nel corso del tempo molti autori hanno scritto le loro opere teatrali, rispettando queste caratteristiche. Ma oggi sono soprattutto tra importanti drammaturghi che hanno reso grande e celebre il dramma borghese: Ibsen, Strindberg e Checov.

Henrik Ibsen

Dopo una giovinezza romantica, Ibsen abbraccia la realtà sociale.
In I pilastri della società, Gli spettri e Un nemico del popolo, smaschera l’ipocrisia della rispettabilità.
Ma è con Casa di bambola che compie la rivoluzione: Nora, chiudendo la porta di casa, chiude anche quella del XIX secolo.
È la fine della donna-angelo del focolare e l’inizio della coscienza femminile moderna.

August Strindberg

Strindberg, invece, è il più spietato.
Ne Il padre e La signorina Julie il rapporto uomo-donna diventa un campo di battaglia.
Il desiderio, il potere, l’umiliazione si intrecciano in una danza crudele.
Con lui, il dramma non educa più: disseziona.

Anton Čechov

E poi c’è Čechov, il poeta dell’incomunicabilità.
Nei suoi personaggi non c’è più scontro, ma silenzio.
In Zio Vanja e Il gabbiano tutto accade sottovoce: amori mancati, sogni spezzati, ironie sottili.
L’azione è minima, ma le emozioni arrivano dritte al cuore.

Goldoni, Pirandello e il dramma borghese

Anche se Goldoni e Pirandello generalmente non vengono associati al filone del dramma borghese, è bene dire qualcosa su di loro, perché entrambi hanno scritto opere in cui è possibile riconoscerne alcuni tratti distintivi.

Carlo Goldoni, con le sue commedie che hanno per protagonisti uomini e donne della borghesia, è un po’ un precursore del dramma borghese teorizzato d Diderot. Anche se le sue erano commedie e non drammi, tuttavia, avevano come obiettivo quello di mostrare al pubblico vizi e virtù della società borghese, per trarne un insegamento pedagogico.

Luigi Pirandello, tra l’ottocento e il novecento, ha tratto da tante sue novelle molti testi teatrali che rispondono alle caratteristiche principali del dramma borghese ideato da Diderot. Testi come La Morsa e Il berretto a sonagli mettono in scena persone della classe borghese, con l’evidente intento di portare avanti una critica all’ipocrisia e alla morale di questa società.

Perché il dramma borghese ci parla ancora oggi

Coppie in crisi, reputazione, maschere sociali, ansie di status… Ti ricorda qualcosa?
Sembra il riassunto di una chat di gruppo del 2025, non di un testo teatrale del 1750.

Eppure, è proprio qui la forza del dramma borghese: racconta noi.
Le nostre contraddizioni, le nostre paure, i nostri tentativi di sembrare migliori di ciò che siamo. Sono tratti della nostra società che possiamo riconoscere anche nelle opere di questi tre grandi autori.

È per questo che i testi teatrali di Ibsen, Strindberg e Čechov continuano a vivere sui palcoscenici di tutto il mondo. Perché, anche se il mondo è cambiato — tecnologia, morale, costumi — le dinamiche umane sono sempre le stesse.

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