Si può chiamare opera in musica, melodramma, opera lirica o più semplicemente opera. È un genere teatrale nato alla fine del sedicesimo secolo ma che ancora riempie le sale teatrali. nel corso dela sua lunga storia è entrato solo parzialmente in crisi nella prima metà del Novecento, per via della concorrenza di generi musicali più commerciali diffusi attraverso la radio e la tv, oltre che per la nascita di altre forme di intrattenimento quali le sale cinematografiche
Ancora oggi infatti l’opera lirica mantiene un suo status sia per le sontuose scenografie che per l’espressione di grande virtuosismo vocale degli interpreti. Dal tenore napoletano Enrico Caruso all’usignolo di Lecce Tito Schipa, dal modenese Luciano Pavarotti alla sua allieva Eleonora Buratto, senza dimenticare la greca Maria Callas, sulla quale è in proiezione proprio in questo periodo la pellicola cinematografica a lei dedicata e interpretata dall’attrice statunitense Angelina Jolie. Ma ce ne sarebbero tanti altri.

Come nasce questo genere musicale, quali sono le sue caratteristiche? Quale il percorso consigliato per un aspirante cantante lirico?
L’opera lirica, detta anche o melodramma, si presenta fin da subito come uno spettacolo altamente complesso in cui entrano in gioco musica, teatro di prosa, scenografia e costumi. Ed è l’Italia ad esserne considerata la patria.. Inoltre il melodramma è stato proposto come patrimonio dell’Umanità, e ha ottenuto riscontro positivo un paio di anni fa.
Le origini dell’opera lirica e il primo spettacolo a Venezia
Su Teatro per Tutti abbiamo già accennato alle origini del Melodramma, nell’articolo in cui Elisa vi parla del Teatro all’Italiana. Ma con questo articolo, andremo maggiormente nello specifico.
Tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, un gruppo di artisti conosciuto come “Camerata de’ Bardi”, che era solito ritrovarsi a Firenze nella dimora del conte Bardi per discutere di arte, e di cui fanno parte diversi drammaturghi e musicisti tra i quali anche il liutista Vincenzo Galilei, padre di Galileo, dà impulso alla nascita di un nuovo genere teatrale noto come melodramma, cioè drammi recitati in musica.
Le sue origini storiche risalgono in parte al teatro medievale e in particolare all’opera della religiosa Ildegarda di Bingen intitolata Ordo Virtutum del 1151, probabilmente il più antico dramma in musica, in cui la religiosa traspone in parole, immagini e suoni la propria visione mistica. In parte però le origini dell’opera lirica risalgono anche alla Commedia dell’arte del Cinquecento in cui si utilizzano spesso le canzoni. Così come in Francia si sono già diffusi i balli di corte e in Inghilterra il genere teatrale masque a cui l’opera in parte si ispira.
Inizialmente era destinato esclusivamente al pubblico delle famiglie aristocratiche e fino al Seicento l’opera lirica raccontava soprattutto i poemi di Omero e Virgilio e le opere di Ludovico Ariosto e Torquato Tasso. Ma nel 1637, a Venezia, con l’apertura del primo teatro pubblico, il Teatro San Cassiano, l’opera comincia ad essere conosciuta e apprezzata anche dalle classi borghesi. Questo ampliamento della fascia di pubblico comporta inevitabilmente un cambiamento nella scelta della trama e delle melodie che diventano via via più orecchiabili.
Il testo, che contiene le battute degli attori e le didascalie, è chiamato libretto. L’accompagnamento musicale può essere costituito da un numero limitato di strumenti, ma con il passare dle tempo sempre più spesso si tratta di una vera e propria orchestra. Si crea praticamente fin da subito un intenso dualismo tra il testo poetico e l’elemento musicale, portando gli intellettuali a chiedersi quale tra i due elementi debba essere considerato più importante.
L’opera lirica si articola convenzionalmente in numeri musicali, che comprendono momenti d’assieme (ad esempio con duetti, terzetti, cori o balletti) e assoli (con arie, ariosi, romanze etc).Anche il genere ha varie declinazioni: serio, buffo, giocoso, semiserio, farsesco. Per quanto riguarda i cantanti e i ruoli da interpretare, si distinguono in rapporto al proprio registro vocale.
Giovanni Battista Lulli e la tragédie-lyrique
Pian piano l’opera si diffonde in tutta Europa, soprattutto in Francia, che diventa tra i maggiori competitor dell’Italia ed è proprio qui che il compositore e strumentista di origini italiane Giovanni Battista Lulli, in seguito naturalizzato francese come Jean Baptiste Lully, scrive per il Re Sole le musiche delle opere del compositore Francesco Cavalli in occasione delle nozze di Re Luigi XIV con la cugina Maria Teresa d’Asburgo nel 1660.
Nominato prima direttore dell’orchestra reale e poi sovrintendente della musica di corte, quando il re dà vita al primo teatro d’opera di Parigi, lo sceglie come suo direttore. Lully sa quindi cogliere al volo l’opportunità che gli si offre: i francesi, infatti, non apprezzano molto l’opera italiana di cui non capiscono la lingua.
Lully, che nel frattempo ha iniziato anche a comporre, scrive diverse opere basate su libretti francesi, e inventa un nuovo genere di opera, tipicamente francese, la “tragédie-lyrique”. Il canto, qui, è ispirato al modo di recitare degli attori di prosa, diverso da quello del bel canto dell’opera italiana. La trama è per lo più mitologica e non sempre c’è un finale tragico, a dispetto del nome.
L’Italia nel Settecento: dalle Aria del Baule a Metastasio all’opera buffa
Se fino al Settecento, anche in Italia, l’opera lirica si focalizza principalmente su temi storici o mitologici e viene definita “opera seria”, è indubbio nel nostro Paese, il protagonismo assoluto del cantante. È lui a sfoggiare il proprio virtuosismo vocale, al punto da poter sostituire un’aria dell’opera in scena con altro di suo gradimento e in cui può eccellere con la propria voce.
Questo fenomeno diventa così frequente da diventare alla fine uno spettacolo nello spettacolo. Sono le cosiddette Arie da Baule, che i cantanti d’opera si portano al seguito per proporle quando si esibiscono nei teatri. Per non parlare delle Arie del Sorbetto, arie di mero virtuosismo vocale in cui sulla scena non accade nulla, motivo per cui i nobili annoiati, seduti nei loro comodi palchi, ne approfittano per farsi portare il gelato al limone.
È tuttavia proprio in questo stesso periodo che emerge il talento del poeta Pietro Metastasio, promotore, insieme ad un altro poeta, Apostolo Zeno, della Riforma dell’opera. Sono loro a stabilire una serie di canoni formali, ispirati alla Poetica di Aristotele, privilegiando il genere serio ed escludendo l’elemento comico. Una scelta che in seguito porterà alla nascita dell’opera comica nota anche come opera buffa. Metastasio è autore di oltre 150 libretti basati su storie del genere Opera seria dei quali i compositori ne hanno realizzato 700 versioni operistiche.
Tra i protagonisti del Settecento ricordiamo anche, per quel che riguarda l’area germanica, il compositore Georg Friedrich Händel. Tra le sue opere ricordiamo Giulio Cesare, Rinaldo, Ariodante e Tamerlano.
La nascita dell’opera buffa
Veniamo ora all’opera buffa, che si sviluppa verso la metà del Settecento. Un genere più sensibile alle vicende della quotidianità e connotato da trame piene di equivoci e malintesi, divertenti e sempre a lieto fine. Il genere buffo, che nasce nei brevi intermezzi umoristici tra un atto e l’altro e che servono a spezzare la pesantezza e la lunga durata dell’opera in scena, riesce pian piano a diventare un genere a sé.
Nel modi di cantare, rispetto agli inizi, alcune cose, intanto, sono cambiate: nel diciottesimo secolo il recitar cantando si evolve nel recitativo secco. Significa che i recitativi, che hanno il compito di portare avanti la narrazione scenica, sono accompagnati solo dal clavicembalo invece che dall’intera orchestra.
Aria e recitativo convivono a lungo nel secondo Settecento e nei primi anni dell’Ottocento, finché il recitativo secco non diventa obsoleto e viene sostituito da quello accompagnato dall’intera orchestra.
Gluck, Mozart e la riforma dell’opera seria
Anche l’opera seria conosce una profonda azione riformatrice e accade anche questo nel Settecento, nella seconda metà del secolo, ad opere dell’azione riformatrice di Christoph Willibald Gluck e di Wolfgang Amadesu Mozart. Meno spazio alle ampollosità e ai barocchismi, alla retorica, per agevolare la fluidità dell’azione e l’aderenza della musica a situazioni e personaggi.
Mentre la riforma di Gluck viene realizzata nell’ambito dell’opera seria, ma rimane fedele all’espressività austera della tradizione, Mozart sviluppa le sue innovazioni soprattutto nel genere del dramma giocoso di stampo goldoniano. Ricordiamo, ad esempio, Don Giovanni, Le nozze di Figaro e Il flauto magico.
L’opera lirica nell’800: il secolo di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi …
Dal 1810 al 1823 è la figura di Gioachino Rossini ad essere protagonista dell’opera lirica italiana con le novità che introduce. Nell’opera buffa, per lo più, che priva di qualsivoglia elemento realistico a favore della comicità. Di Rossini ricordiamo Il Barbiere di Siviglia, con “Figaro qua, Figaro la”, Il Turco in Italia e la fiaba di Cenerentola. Ma le sue innovazioni riguardano anche il genere serio che attinge suggestioni dalla vicina Francia. Rossini, trasferitosi a Parigi, inaugura con Guillaume Tell il genere del grand opéra, a lungo molto apprezzato. Dopo Rossini, in Italia, la distinzione tra i generi si attenua e si assiste a una progressiva commistione tra elementi drammatici e della commedia.
Il compositore Vincenzo Bellini, al contrario di Rossini, crea soprattutto opere dal finale tragico e in cui viene valorizzata al massimo la fase del “Belcanto” in cui i cantanti sono chiamati a dimostrare il loro talento sfoggiando ogni tipo di virtuosismo, agilità e vocalizzi. Tra le sue opere più conosciute La Norma e La Sonnambula.
Del musicista Gaetano Donizetti ricordiamo invece Don Pasquale, L’elisir d’amore e La Fille du Régiment, tra le sue oltre 70 opere di cui è autore, mentre Giuseppe Verdi, con grande spirito patriottico e ispirato agli ideali del Risorgimento, ha composto musiche come il “Va’ pensiero sull’ali dorate”, ma anche Nabucco, Aida, Rigoletto, La Traviata, Otello e Falstaff.
Al magnifico quartetto si aggiunge, tra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ventesimo, il compositore Giacomo Puccini autore di “Nessun dorma”, tratto dall’opera Turandot oppure Tosca con “E lucean le stelle”, o La Bohéme con “Che gelida manina”.
… e di Wagner
Terminiamo questo rapido viaggio con un autore dell’area germanica, Richard Wagner, il compositore tedesco capace di innovare l’opera nel suo Paese creando il Wort-Ton-Drama (“Parola-Suono-Dramma”), un genere di teatro musicale in cui erano confluivano insieme tutte le forme d’arte (arte visiva, recitazione, musica e architettura).
Grande estimatore della mitologia germanica del medioevo, ne traeva ispirazione per costruire le trame delle sue opere.

Diventare cantante lirico, una strada molto in salita
Che tipo di formazione e quali sbocchi lavorativi ci possono essere per attori che amano cantare e in particolare il canto lirico? (a questo proposito, leggi la nostra intervista al tenore Marco Voleri) Un percorso di formazione adeguato, prevede, oltre agli studi del Conservatorio musicale e lezioni di canto con insegnanti qualificati, anche una buona conoscenza di teoria musicale e del repertorio lirico.
Per gli studenti di nazionalità straniera è indispensabile la conoscenza della lingua italiana, essendo la maggior parte delle opere liriche composte in questa lingua. Si devono studiare teoria musicale, solfeggio, storia della musica e arte scenica. Il percorso istituzionale, di durata quinquennale, è seguito da un percorso universitario di altri 5 anni, fino a raggiungere la specializzazione.
Esiste inoltre l’Accademia nazionale di belcanto italiano, con sedi e relative audizioni distribuite in varie città. Tre sono le possibilità per il cantante lirico: operista, corista o concertista.
Si tratta certamente di una carriera molto difficile da intraprendere, sia perché richiede un notevole talento e un impegno totalizzante, sia perché si tratta di un ambito artistico estremamente selettivo e poco accessibile.
Terminiamo quindi con una frase di Maria Callas:
“Questa è la differenza fra un buon insegnante e uno di grande valore: il buon insegnante tira fuori il meglio dagli allievi, il grande insegnante prevede l’incapacità dello studente.”
