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Intervista a Paolo Kessisoglu

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Paolo Kessisoglu, noto al grande pubblico come metà del duo comico “Luca e Paolo”, è un attore dal percorso poliedrico, capace di fondere insieme talento, formazione teatrale e una spiccata vena umoristica.

In questa intervista, abbiamo deciso di andare oltre la visibilità televisiva e cinematografica, esplorando la sua storia professionale, per capire come sia nato il suo amore per il palcoscenico e come abbia trovato nella comicità una missione artistica.

Dalle prime ispirazioni giovanili fino alle grandi produzioni, Paolo Kessisoglu offre consigli e riflessioni sul mestiere d’attore davvero preziosi, rivolgendosi in particolare a chi sogna di intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo.

Gli inizi e la formazione

REBECCA: Quando hai capito che la recitazione, in particolare la comicità, sarebbe stata la tua strada principale? Come si è manifestata la tua vocazione e quali passi hai intrapreso per svilupparla?

PAOLO KESSISOGLU: La passione per la recitazione è venuta prima, anzi il mio desiderio più grande era fare l’attore di teatro. Ricordo ancora quando da ragazzino a teatro con mia mamma rimasi affascinato da un’interpretazione magistrale di Eros Pagni a cui  bastava un movimento di un sopracciglio per far sobbalzare la platea. Pensai intensamente che avrei voluto più di ogni altra cosa essere al suo posto. Ma ero ancora piccolo e nessuno mi prese sul serio, io per primo.

Poi riscoprii la passione per il palcoscenico con performance e recite di fine anno in cui ero senz’altro più convincente che tra i banchi di scuola. Lì per la prima volta assaporai la commedia, i tempi comici e l’ebbrezza di far ridere gli spettatori.

Tuttavia poco dopo l’iscrizione all’università entrai in quella che allora si chiamava Scuola del Teatro Stabile di Genova, l’attuale Teatro Nazionale. Capii che la strada era quella giusta nonostante un futuro incerto perché le cose mi venivano istintive, stare su un palco, che per molti è imbarazzante, a me faceva stare bene, era il mio posto. A scuola ricominciai dai classici: Shakespeare, Checov, Moliere. Poi dopo il diploma feci l’attore di compagnia: Amleto, il Faust di Goethe ecc…

La comicità e soprattutto il rapporto con la scrittura iniziò dopo in concomitanza con la mia carriera televisiva.

paolo kessisoglu attore
Paolo Kessisoglu (Foto di Guido Stazzoni)

Le dinamiche creative di coppia

REBECCA: Lavorare con un partner fisso, soprattutto da così tanti anni, implica un metodo di lavoro specifico? Come nascono le idee, come le elaborate insieme e come vi dividete i compiti?

PAOLO KESSISOGLU: Per molti versi le dinamiche non sono poi così diverse da quelle di una coppia nella vita. In linea generale non bisogna mai innamorarsi troppo di un’idea solo perché è la propria ma sapere leggere in modo libero quale sia la migliore.

Nel corso degli anni aver collaborato con degli autori ci è talvolta servito per far pendere l’ago della bilancia facendo decidere un terzo. Più che un lavoro specifico si innescano dei modus operandi che possono diventare delle consuetudini, in accezione positiva, o delle abitudini, vocabolo più pericoloso.

Diciamo che l’elemento fondamentale che ha aiutato molto il processo creativo è l’avere gli stessi riferimenti culturali e una comune tendenza a cercare la satira in noi stessi anziché puntare il ditino.

All’inizio lavoravamo molto insieme, dall’idea embrionale fino all’ultima battuta ma col tempo siamo diventati piuttosto autonomi. E’ importante che ognuno sappia scrivere anche da sé, anche se in maniera diversa, per poter sviluppare da solo i concetti e metterli a servizio del lavoro finale.

La recitazione tra Teatro, Cinema e Tv

REBECCA: Come si passa dalla performance teatrale a quella televisiva o cinematografica senza perdere l’autenticità? Quali strategie adottate per mantenere la spontaneità, nonostante i tempi stretti della TV o i processi di lavoro più “frammentati” del cinema?

PAOLO KESSISOGLU: Sono tre mondi distinti ma hanno in comune una cosa: in nessuno di questi ci si improvvisa. Si impara col tempo.

Quello più vario è senz’altro il mezzo televisivo dove si possono fare cose diverse, anche teatrali: ad esempio in Camera Cafè la televisione è stato il mezzo che lo ha messo in onda ma il contesto era quello teatrale, non c’erano stacchi, una telecamera soltanto e nessun montaggio possibile.

La recitazione sul set cinematografico ha dinamiche quasi contrarie a quelle del teatro, c’è la necessità di entrare nel mood di una scena molto rapidamente e quando riesci talvolta devi rifarla perché non eri in luce o non eri nella posizione giusta. Le inquadrature si fanno prima di eseguire una scena e la concentrazione dell’attore sta anche nell’attenersi strettamente alle indicazioni ricevute.

Anche in teatro durante le prove si studiano movimenti e posizioni ma c’è più libertà e soprattutto, a meno di casi particolari, all’attore è data la possibilità di mettere in scena la sofferenza di un personaggio con l’aiuto di una sorta di cronologia emotiva potendo sfruttare i tempi teatrali del racconto per giungere al climax.

Il modo per essere credibili e per raggiungere la cosiddetta verosimiglianza sono molti e ogni attore ha il suo, si affinano col tempo e a volte cambiano con l’età.

La bellezza del recitare è anche questa: le emozioni e il modo di raccontarle e viverle muta negli anni insieme alla consapevolezza di sé e del mondo che l’attore sviluppa durante la sua vita.

Se ci si pensa è meraviglioso, bisognerebbe insegnare la recitazione nelle scuole insieme al supporto psicoterapeutico che già è presente. E’ un modo più giocoso per comprendere se stessi.

Come migliorare il proprio repertorio

REBECCA: Come ti accorgi se un pezzo non funziona a dovere e come lo gestisci durante la performance? Una volta finito lo spettacolo, quali strategie adotti per rielaborarlo e renderlo più efficace?

PAOLO KESSISOGLU: L’esperienza può aiutare a capire con discreta precisione quanto una battuta o un monologo possano funzionare ma un ragionevole dubbio c’è sempre.

Vi sono alcuni parametri a cui bisogna attenersi per restringere il campo dell’incertezza quali l’attualità di un tema, il ritmo, la razionalità del filo logico di un pensiero.

Nonostante si seguano questi importanti elementi ci si sorprende sempre di quanto alcuni effetti non fossero previsti.

La cosa che sovente aiuta a rielaborare è tagliare.

Col tempo si acquisisce, o si dovrebbe, la capacità di dire in meno tempo ciò che si vuole dire o arrivare al centro della questione con poche battute.

Molto spesso l’efficacia è data dalla brevità: se un tema sviscerato in 40 battute si può dire anche in 20 si può star sicuri che l’effetto ne gioverà. 

L’importanza della Formazione continua

REBECCA: Secondo la tua esperienza, quanto conta la formazione rispetto al talento? Che ruolo hanno scuole di recitazione, workshop e laboratori nella carriera di un attore?

PAOLO KESSISOGLU: Come dico sempre ai ragazzi con cui mi capita di lavorare recitare non si insegna ma si può imparare. È necessario partire da una buona consapevolezza di sé, il desiderio di mettersi in gioco, bisogna avere orecchio, sentire il tempo è importantissimo, le emozioni hanno un ritmo per maturare e nei dialoghi tra i personaggi il timing è un elemento fondamentale per essere credibili..

Insomma ci vuole un innato talento per poter partire, dopodiché c’è tanto lavoro da fare e molta parte del risultato finale è affidata alla volontà di imparare appunto.

I laboratori e i workshop intensivi sono importantissimi anche se alcuni possono esserci più congeniali ma ognuno di essi lascerà senz’altro qualcosa, una nuova consapevolezza, un’ispirazione, un nuovo modo di porsi davanti a un personaggio da interpretare.

Il lavoro con i ragazzi è per me molto stimolante, imparo anch’io molte cose di loro e ancora, talvolta, di me stesso.

Durante una master class un ragazzo aveva portato un monologo di Koltès piuttosto insidioso e il suo maggior cruccio era che non provava più nulla, non riusciva più a trovare la strada. È vero che a volte si può perdere un po’ di entusiasmo ma spesso quando ci si perde significa che la strada non era quella giusta sin dall’inizio e si scoprono cose sorprendenti: spesso si giudica un personaggio inconsciamente perché è troppo diverso da come siamo o perché senza rendercene conto lo sentiamo dannatamente vicino alla parte più nascosta di noi.

In queste situazioni bisogna ricominciare daccapo, solo se si capisce un pezzettino maggiore di se stessi si può comprendere qualcosa di nuovo di un testo da interpretare.

Trovo che sia un lavoro stimolante a arricchente e non vedo l’ora di iniziare la prossima masterclass che terrò a Moncalvo grazie alla disponibilità degli amici di Bio28. 

Consigli per attori emergenti

REBECCA: Quale consiglio daresti a un giovane attore o comico che desidera entrare nel mondo dello spettacolo?

PAOLO KESSISOGLU: E’ molto complicato al giorno d’oggi dare consigli per entrare nel mondo dello spettacolo. Le molteplici possibilità di visibilità, la tecnologia, i molti mezzi di comunicazione hanno cambiato e cambiano ogni giorno i parametri qualitativi del mondo dello spettacolo.

Anni fa ho sempre consigliato di studiare come prima cosa, fare un lavoro su se stessi, frequentare scuole di recitazione serie. Ma mi rendo conto che appare anacronistico.

Io, per non sbagliare, continuo a dire che nella vita non ci sono scorciatoie.

Per diventare “famosi” o per essere riconosciuti nel proprio valore si possono anche accorciare i tempi ma per crescere (che è la cosa più importante) bisogna sudare, è obbligatorio faticare.

Non prendetevi mai troppo sul serio, ma prendete le cose della vita sul serio.

Cosa possiamo imparare dall’esperienza di Paolo Kessisoglu?

Attraverso il racconto delle sue esperienze, dal primo incontro e innamoramento del teatro, passando per le sue prime esperienze sul palcoscenico fino ad arrivare al successo al fianco dell’amico e collega Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu ci dice una cosa importantissima: se vuoi diventare attore, non devi avere fretta!

Quello dell’attore è un mestiere che si costruisce, più di altri, con l’esperienza. Ed è uno di quei lavori in cui non si smette mai di imparare. Il talento è importante, sicuramente, ma la formazione è il primo tassello, il primo grande mattoncino su cui erigere la propria professione d’attore.

Non è un lavoro facile, non solo perché al giorno d’oggi un sacco di gente vuole fare l’attore e quindi c’è molta competizione, ma anche perché interpretare un personaggio significa soprattutto avere la voglia di scavare dentro di noi e di analizzarsi.

Questo perché è proprio attraverso la comprensione di se stessi che si può arrivare a comprendere a fondo un testo da interpretare.

In conclusione, Paolo Kessisoglu ci mostra quanto studio, umiltà e dedizione siano imprescindibili per diventare interpreti consapevoli e capaci di emozionare chi assiste alle nostre performance.

Il suo invito a non cercare scorciatoie conferma che impegno e sincerità sono la chiave di una carriera longeva.

E perciò a me non resta altro che dire un Grazie enorme a Paolo Kessisoglu per i tanti saggi consigli che ci ha regalato con questa intervista.

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Paolo Kessisoglu (Foto di Guido Stazzoni)
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