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Gogol’ e la satira sociale

Indice dell'articolo

Dal romanzo Le anime morte alla commedia Il revisore, ai racconti

La sua comicità irriverente e provocatoria contro bassezze e corruzione della società russa, la satira e il misticismo religioso ereditati l’uno dal padre e l’altro dalla madre, l’influenza sugli autori della sua generazione, in particolare Dostoevskij.

Parliamo di Nicolaj Vasil’evic Gogol’ nato l’1 aprile 1809 a  Velyki  e morto il 4 marzo 1852 a Mosca.

Scrittore e drammaturgo russo di origine ucraina, è autore del romanzo Anime morte (1842), rimasto incompiuto perché dato alle fiamme in preda alla follia. Ma è famoso anche per i suoi racconti grotteschi sulla brama di apparire come Il naso, del 1836, poi pubblicato nella raccolta I racconti di Pietroburgo del 1842. Ma Gogol’ha saputo scrivere anche racconti intrisi di amarezza come Il cappotto, anche questo nella stessa raccolta.

Ma Gogol’, come detto, è stato anche drammaturgo. E sicuramente degna di nota è la sua commedia Il revisore (1836). Un altro affondo satirico e mordace sul malcostume diffuso, in cui l’impianto narrativo si fonda su un equivoco, uno scambio di persona, che porta alla luce una fitta rete di intrighi e negligenze messi in atto dai funzionari locali, spaventati dall’arrivo di un’ispezione.

Si tratta di opere che hanno segnato una svolta nel panorama letterario russo, come sul teatro. Da ognuno dei componimenti si ritrova la prospettiva di Gogol’ su un paese dominato da una classe dirigente ipocrita e incurante dei più vulnerabili, dall’ossessione per l’arricchimento e dall’asservimento al potente di turno.

Il realismo e la visionarietà in Gogol’

Capace di fondere realismo, spirito pungente e visionarietà, oltre che uno degli autori più abili nel ricorrere allo Skaz, riproduzione di una narrazione orale, Gogol consegna sia ai contemporanei che ai posteri uno sguardo disincantato sulle contraddizioni della società moderna.

Una società dove persistono disuguaglianze e ingiustizie sociali. Pensiamo ad esempio al furto del cappotto appena comprato dallo sventurato Akakij Akakievič Bašmačkin nel racconto Il cappotto. O all’impiegato Aksentij Ivanovič Popriščin, innamorato non corrisposto della figlia del suo direttore, che inizia a sviluppare manie di grandezza in Memorie di un pazzo, rimandando a forme di alienazione e di solitudine molto diffuse anche oggi.

Così come Il naso, simbolo per eccellenza dell’arguzia (avere naso significa essere abile negli affari), che se ne va per conto proprio staccandosi dal corpo del suo proprietario, si presta all’inquietante metafora di una superbia talmente accentuata nell’uomo da riuscire a vivere di vita propria.

Le origini e l’influenza dei genitori

Nato a Velyki Soročynci, in Ucraina, figlio di uno scrittore di commedie e piccolo proprietario terriero e di una donna molto religiosa, cresce nella cittadina di Vasilevka, poi a  Poltava e a Nižyn, fino al liceo. Inizia a scrivere nel 1825  senza riscuotere grossi riscontri, poi, nel 1828 conclude gli studi e si trasferisce  a Pietroburgo . Qui inizia la carriera di burocrate ed entra in contatto con l’ambiente malsano descritto in tante sue opere, riuscendo però sempre a portare avanti la sua passione letteraria.

La cattedra di Storia  all’Università di Pietroburgo. Poi Arabeschi

Assume  lo pseudonimo di V. Alov e nel 1829 pubblica una composizione in versi dal titolo   Ganc Kjuchel’garten, non accolto bene dalla critica.

Decide quindi di partire per la Germania poi fa ritorno in Russia. Nel 1831 conosce il poeta Aleksandr Puškin e pubblica i racconti raccolti col titolo di Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, coi quali riesce finalmente ad ottenere l’attenzione di pubblico e critica. Nel 1834 viene nominato professore aggiunto di Storia all’Università di Pietroburgo e nel 1835 pubblica le raccolte di racconti Arabeschi, La prospettiva, Il ritratto e Mirgorod.

gogol

Il naso, racconto di N.V. Gogol’

Il revisore e l’ostilità della critica. Le anime morte

Nel 1836 pubblica Il calesse, Il mattino di un funzionario e il celebre Il revisore, che tuttavia viene osteggiato da buona parte della critica.

Deluso, decide quindi di viaggiare per l’Europa e visita Svezia, Germania, Svizzera dove mette mano al romanzo Le anime morte, opera centrale nella sua produzione. La trama è focalizzata sulla corruzione e la mancanza di scrupoli di Čičikov, faccendiere intento ad acquisire a scopo di lucro da proprietari terrieri, i nominativi dei servi della gleba deceduti ma ancora presenti nei registri.

A ottobre pubblica Il naso. Va a Parigi, poi a Roma, dove entra in contatto con altri scrittori russi. Fa ritorno in Russia nel 1839 e nel 1842 pubblica Il cappotto mentre inizia la pubblicazione de Le anime morte sulla rivista Il moscovita.

Le opere raccolte in quattro volumi

Nel 1843 vengono pubblicate tutte le sue opere in quattro volumi, poi decide di raggiungere nuovamente la Germania, dove convive con il poeta connazionale Vasilij Žukovskij.

Dopo Francoforte è la volta di Praga e poi di nuovo l’Italia, dove, a Roma, lavora al secondo volume de Le anime morte. Nel frattempo ha iniziato a soffrire di nevrosi e le sue condizioni si aggravano.

Le anime morte date alle fiamme, il delirio e la morte

Nel 1848 visita Malta, Constantinopoli, Gerusalemme e Odessa, fa ritorno in Russia.

Nella notte tra l’11 e il 12 febbraio 1852 dà alle fiamme la seconda parte del manoscritto Le anime morte, colto da un improvviso rimorso per la feroce satira contenuta nell’opera e dal desiderio di una maggiore empatia verso il genere umano. Si sottopone a rigidi digiuni per punirsi ed espiare il senso di colpa. Fino alla morte, il 4 marzo dello stesso anno.

Il corpo di Gogol’, inizialmente condotto nel Monastero di San Danilo, viene trasferito, nel 1931, al cimitero di Novodevičy, dove è sepolto insieme ad altri personaggi illustri.

Paolo Nori e Tre matti

Una nota conclusiva, sulla follia di Gogol’, citando un gradevole testo dello scrittore e blogger Paolo Nori, pubblicato per Marcos Y Marco nel 2014 dal titolo Tre matti.

Riferendosi ai tre grandi nomi della letteratura russa Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj, Nori ci presenta tre loro storie sulla pazzia: Gogol’ e Tolstoj hanno infatti scritto entrambi un racconto dal titolo Memorie di un pazzo (nel 1835 il primo e nel 1884 il secondo), mentre Dostoevskij scrive Memorie di un uomo ridicolo (1877).

In tutti e tre la vicenda del protagonista è raccontata in prima persona, probabilmente perché loro stessi hanno vissuto periodi bui in cui hanno conosciuto episodi di scarsa lucidità.

La follia in Tolstoj, Dostoevskij e Gogol’

Tolstoj con il suo filantropismo estremo che lo porta a donare le sue proprietà ai contadini e a rinunciare completamente ai diritti delle sue opere. Dostoevskij invece scampa alla condanna a  morte e ha ingenti debiti di gioco che mettono a dura prova il suo equilibrio mentale. Infine Gogol’, che come abbiamo letto, in preda ad una crisi mistica, brucia la seconda parte di uno dei suoi romanzi più importanti.

Se Gogol’ e Dostoevskij affidano la parte del folle a individui insignificanti e frustrati, Tolstoj racconta invece di un uomo in viaggio per affari colto da una profonda crisi da cui riesce a riemergere grazie ad una illuminazione spirituale.

Infine lo stile: mentre quello di Gogol’ si mantiene ironico e brillante, pur trattando una vicenda fosca, Dostoevskij ci propone passaggi intensi e drammatici sulla lunga notte di un aspirante suicida che mentre si dirige verso casa per compiere il gesto estremo, incontra una bimba che gli chiede aiuto e smuove in lui la pietà, anche se tardivamente.

Tre personalità diverse, tre stili letterari diversi, tre diversi modi di esternare il loro lato più oscuro e indomabile, ma sempre e comunque con grande talento e capacità introspettiva sull’essere umano.

Terminiamo con una frase di Gogol’ che come abbiamo letto, è stato anche un grande viaggiatore:

“Vedere il mondo, l’agitarsi turbinoso della gente è, per così dire, come leggere un libro vivente, come imparare una nuova scienza”.

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