Lombarda di nascita, figlia di commercianti, allieva dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano, sorella della meno conosciuta Cele, Marta Abba è una delle più importanti attrici del Novecento. Tutti la ricordano come musa ispiratrice di Luigi Pirandello.
Il focus che Teatro per Tutti le dedica racconta le tappe della sua intensa carriera legata allo scrittore e drammaturgo, ma anche le difficoltà e i pregiudizi con i quali si è scontrata nel suo breve ma incisivo percorso artistico. Delle lettere che lei e Pirandello e si sono scambiati nell’arco di un decennio, dal 1926 al 1936, ma anche del suo destino una volta partita per gli Stati Uniti, tentando di proseguire come attrice senza riuscire a sfondare e facendo ritorno in Italia, dove muore nel 1988.
Dalla sua collaborazione con Pirandello sono scaturiti i drammi Diana e la Tuda del 1926 e L’amica delle mogli che debutta al Teatro Argentina di Roma nel 1927, la commedia Trovarsi del 1932 e la celebre Come tu mi vuoi del 1930 che avrà la sua trasposizione cinematografica interpretata da Greta Garbo negli States due anni più tardi.

L’esordio con Il Gabbiano di Čechov
Il debutto sulle scene della Abba è del 1924, a 24 anni, nei panni della sfortunata Nina de Il gabbiano di Anton Čechov, per la regia di Virgilio Talli, al Teatro del Popolo. Fin dall’inizio la sua è un’interpretazione istintuale. Lei stessa, nel corso di un’intervista, afferma che non sia necessario fare esperienza per creare un personaggio sulla scena, ma intuirlo; che l’esperienza, in fondo, non sia altro che la conferma di un’intuizione.
Il suo talento viene notato proprio da Luigi Pirandello che in quello stesso anno ha fondato la compagnia Teatro d’Arte di Roma, di cui è direttore artistico e capocomico. Le sue capacità interpretative, insieme alla sua bellezza malinconica e androgina, che le conferisce quei tratti di ambiguità, così funzionali all’arte pirandelliana, ne faranno un’artista carismatica e in anticipo sui tempi.
Marta Abba e Pirandello: un connubio artistico particolarmente riuscito
Diafana, sobria, elegante ma lontana dai canoni classici della bellezza, Marta Abba viene infatti scritturata l’anno successivo come prima attrice all’interno della compagnia di Pirandello.
È una realtà in cui sono già presenti elementi di grande innovazione, quali la scelta di voler passare dal teatro d’attore al teatro di regia, a cui preludeva l’opera dei Sei personaggi in cerca d’autore del 1921, che al suo debutto, al Teatro Valle di Roma, aveva raccolto pareri talmente discordanti da dar vita a scontri verbali molto accesi tra il pubblico presente.
Nostra Dea, dove Marta è diretta da Massimo Bontempelli, rimane l’opera più replicata dalla compagnia che ha la sua sede al Teatro Odescalchi. Poi, sempre all’Odescalchi, è la figliastra in Sei personaggi in cerca d’autore. A Londra e Parigi diventa Ersilia Grei in Vestire gli ignudi, la signora Frola in Così è (se vi pare), Agata Renni ne Il piacere dell’onestà.
Nelle opere scritte appositamente per lei, invece, è una scaltra cerca-mariti in L’amica delle mogli, mentre in Come tu mi vuoi, ispirato a un evento di cronaca realmente accaduto, in cui vengono ripresi i temi dell’insoddisfazione esistenziale e della doppia identità, è un’ammaliatrice senza nome, che seduce sia il padre Selter che la figlia Mop.
La tragedia dell’uomo intrappolato nelle finzioni
Malgrado la compagnia chiuda i battenti nel 1928, travolta dai debiti, il connubio artistico tra Marta Abba e Pirandello si rivela particolarmente riuscito, non solo per la stesura delle opere già citate. Ma anche e soprattutto per la capacità dell’attrice di esprimere al meglio attraverso le sue interpretazioni, l’essenza della poetica pirandelliana, che parla dell’indecifrabilità dell’essere umano, concetto intorno al quale ruota la sua tragedia, dovuta all’impossibilità di trovare una propria identità, se non attraverso la maschera sociale, che per sua natura è superficiale ma soffocante.
… e l’innovazione del teatro nel teatro
Altra opera fondamentale è Questa sera si recita a soggetto, che esplora la figura del regista, all’epoca ancora poco affermata. Il suo emergere come elemento di guida dell’attore nella messa in scena di uno spettacolo mette in crisi il ruolo stesso dell’attore che non accetta di essergli subordinato e di non poter improvvisare a proprio piacimento.
Ma non solo, è lo stesso rapporto degli artisti col pubblico ad essere ribaltato e stravolto. Scritta nel 1930 dopo l’esperienza della Compagnia d’Arte di Roma, Questa sera si recita a soggetto è la parte conclusiva della trilogia dedicata al tema del teatro nel teatro, dopo I sei personaggi in cerca d’autore e Ciascuno a suo modo ((1924). Marta Abba, tra l’altro, curerà l’edizione del testo per la casa editrice Mursia che viene ripubblicato nel 1971.
Passionale in scena, calcolatrice nella vita reale. L’ostilità dei critici
Nel corso di un’intervista pubblicata nel 1931 sulla rivista Il dramma, l’attrice Marta Abba ammette di aver trovato in teatro una dimensione più passionale e intensa, inedita per lei, abituata com’è, nella vita reale, ad essere sempre controllata e razionale.
Alcuni critici teatrali a lei contemporanei tra i quali Alberto Cecchi non la pensano così. Nello stesso anno proprio Cecchi scrive di lei che dopo aver interpretato il personaggio algido e astratto di Dea, l’attrice non è più riuscita ad evolvere, (A. Cecchi, Quartetto d’attrici, in “Rassegna italiana letteraria e artistica”, settembre 1931, p.771). Altra definizione pungente è quella di Eugenio Bertuetti: fiamma del diavolo che non consuma, mentre il pubblico a teatro non chiede che di bruciare, d’ incenerirsi (E. Bertuetti, Ritratti quasi veri. Marta Abba, in “Il dramma”, 15 febbraio 1935, p.26).
Rimane il fatto che Marta Abba sia una figura fondamentale nel teatro del Novecento e che abbia contribuito (insieme a Eleonora Duse) col suo modo di recitare al passaggio da uno stile ampolloso e ormai obsoleto a quello moderno, essenziale e in grado di cogliere le sfumature psicologiche del personaggio.
Certamente il suo carattere molto controllato emerge dall’epistolario: qui è evidente quanto Pirandello sia coinvolto sentimentalmente e quanto lei, invece, pur grata e affettuosa, preferisca sempre non assecondare la sua ossessione amorosa e si preoccupi di rimanere fedele al loro sodalizio professionale e alla loro amicizia.
Ne è prova il fatto che Marta Abba preferisce far pubblicare postumo il carteggio, per non dare in pasto al pubblico parole e frasi che avrebbero messo a nudo la vulnerabilità di Pirandello. Circa cinquecento lettere scritte nell’arco di dieci anni, poi donate all’Università di Princeton (New Jersey) e pubblicate solo nel 1994.

L’omaggio del cinema con film e docufilm
Questo non è tuttavia sufficiente, nel periodo della loro partnership, a tutelarla da pettegolezzi e malignità, accentuati dal difficile rapporto che Pirandello ha con la moglie, Antonietta Portulano, affetta da disturbi mentali e patologicamente gelosa.
Il film Eterno visionario (sopra, la locandina del film), del 2024, diretto da Michele Placido, è dedicato proprio all’amore non corrisposto di Pirandello, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, per la Abba, interpretata da Federica Vincenti. Altra opera dedicata invece al contributo di Marta Abba quale attrice, è Finding Marta, docufilm a cura di Margherita Peluso, targato 2023.
La carriera di Marta Abba dopo la morte di Pirandello
Pirandello riceve il premio Nobel per la letteratura nel 1934 e muore due anni dopo.
L’attrice Abba prova a cimentarsi nel cinema senza grossi riscontri con Il caso Haller, del 1933, poliziesco diretto da Alessandro Blasetti, in cui recita insieme alla sorella Cele, diminutivo di Celestina, e Teresa Confalonieri, film storico dedicato alla moglie del conte Federico che nel 1821 viene arrestato e condannato dagli austriaci per cospirazione. Si trasferisce quindi negli Stati Uniti dove in un primo momento riesce ad ottenere i riconoscimenti che l’ambiente italiano, forse per provincialismo, le ha continuamente negato.
Apprezzata e ammirata a Broadway con la commedia Tovaritch di Jacques Deval, non riesce però ad allontanarsi dall’imprinting pirandelliano che ha ormai fatto suo e che non si adatta alle esigenze di un sistema e di un mercato, quello americano, profondamente diverso. Troppo lontana dall’immagine di diva hollywoodiana, troppo complessa, con un percorso che non si sente di abbandonare per trasformarsi nell’icona frivola e patinata che l’America chiede.
Nel 1952, il divorzio da Severance Millikin sposato 14 anni prima e il ritorno in Italia, con un ennesimo tentativo di calcare le scene, anche questa volta senza un grosso riscontro di pubblico. Si ritira quindi a vita privata e dedica la vecchiaia a gestire l’opera del maestro: custodisce gelosamente fino alla morte i diritti d’autore, sceglie le attrici alle quali assegnare le parti dei suoi personaggi con piglio maniacale e si spegne, malata di paresi, a Milano, dove era nata nel 1900.
