Nell’anniversario della nascita l ’ omaggio all’autore di Mistero Buffo
ll sogno di unire arte e utopia rivoluzionaria, poi il carcere, il disincanto di fronte alla rigidità dello stato sovietico sempre più burocratizzato, il suicidio.
La vita di Vladimir Majakovskij, drammaturgo, pittore, vignettista, poeta, di cui ricorre l’anniversario della morte, ci riporta ad un periodo cruciale del teatro contemporaneo. È stato un interprete incisivo del corso che la Russia intraprende dopo l’ottobre 1917, nell’ambito della rivoluzione bolscevica e delle correnti del futurismo e dello strutturalismo.
Vladimir Vladimirovič Majakovskij nasce a Bagdati, il 19 luglio1893 (il 7 luglio nel calendario giuliano) – e muore il 14 aprile 1930. È figlio di Vladimir Konstantinovič Majakovskij, un guardaboschi russo, appartenente a una nobile famiglia originaria del centro-sud dell’Ucraina, e di Aleksandra Alekseevna Pavlenko, casalinga ucraina. Il padre muore quando ha 7 anni e trascorre un’infanzia difficile, fino a quando, a 13 anni, si trasferisce a Mosca con madre e sorella.
Dopo il ginnasio, che frequenta fino al 1908, aderisce alle istanze innovatrici del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, subendo diversi arresti da parte della polizia zarista. L’esperienza della reclusione è raccontata nel saggio autobiografico Ja sam (Io da solo). Numerose anche le poesie, andate però perdute.
Le prime pubblicazioni
Il 1911 è l’anno dell’iscrizione all’Accademia di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca e dell’incontro con David Burljuk, scrittore che per primo apprezza le sue poesie e gli propone una collaborazione. Nasce Ja! (Io!), la sua prima raccolta diffusa in 300 copie litografate, mentre nel 1913 esce l’omonima opera teatrale, dove l’autore esprime la celebre equazione Futurismo uguale Rivoluzione
Insieme ad altri artisti quali Burljuk, Kručёnych e Chlebnikov aderisce al cubofuturismo russo e firma il manifesto Schiaffo al gusto del pubblico.
L’intento è quello di un mutamento globale rispetto alla tradizione poetica a partire dal lessico e dalle strutture sintattiche. Anche l’uso dei caratteri tipografici, per i futuristi, deve poter affrancarsi dalle regole e dai limiti imposti dai formati e dall’impaginazione. La sua arte è al servizio della politica, della propaganda di una nuova epoca, in aperta rottura col passato. Sono gli anni dei cosiddetti agitprop, cioè agitazione e propaganda rivoluzionaria messa in scena nelle strade delle città russe.
La sua adesione alla rivoluzione d’ottobre è totalizzante e viscerale:
“Aderire o non aderire? La questione non si pone per me. È la mia rivoluzione”.
La ricerca di una nuova estetica proletaria lo incalza continuamente e lo spinge a non accettare compromessi con la tradizione e la cultura borghese che considera ormai stantia.
Siamo nel 1915 quando pubblica Oblako v štanach (La nuvola in calzoni) e nel 1916 Flejta-pozvonočnik (Il flauto di vertebre). È operativo all’interno di Rosta, agenzia pubblica delle comunicazioni, poi nel 1922 fonda il Fronte Sinistro delle Arti col sogno di rinnovare la cultura e smuovere le masse verso una nuova consapevolezza civile e politica, per quella che lui chiamava “arte che sia costruzione della vita”.

Il viaggio in America e la scoperta delle sue contraddizioni
Nel 1925 parte per gli Stati Uniti. dove trascorre 3 mesi, viaggiando dal confine messicano alle città di New York, Chicago, Philadelphia, Detroit, Pittsburgh e Cleveland.
In parte affascinato dal dinamismo, in parte contrariato da ciò che vede e trascrive nei suoi taccuini che confluiscono negli scritti in prosa La mia scoperta dell’America, pubblicati nel ’26. Grande ammirazione per il dinamismo della società americana ma anche l’inevitabile condanna per le disuguaglianze create dal capitalismo.
Le scelte stilistiche audaci sono esposte nel suo scritto Come far versi, targato 1926, mentre la sua attività di giornalista lo vede fondare la rivista Iskusstvo kommuny e dar vita a discussioni e letture pubbliche in fabbriche e officine, tanto che in alcuni quartieri nascono i gruppi “comunisti-futuristi”, fin da subito osteggiati, prima dalla polizia zarista e poi da Stalin.
Mistero Buffo, un Paradiso sulla terra…
Tra le opere che rispecchiano questa sua dirompente spinta innovatrice sul piano linguistico troviamo il poema 150.000 del 1920, in cui “i versi sono le parole d’ordine, i comizi, le grida della folla… l’azione è il movimento della folla, l’urto delle classi, la lotta delle idee…”.
Ma anche la commedia satirica Mistero Buffo scritta, pubblicata e rappresentata per la prima volta nel 1918 e poi rielaborata verso la fine del 1920 in cui Majakovskij mette uno di fronte all’altro due gruppi emblematici di personaggi: “sette coppie di puri” e “sette coppie di impuri”. Dopo il diluvio universale gli “impuri”, vale a dire i proletari, si ribellano ai “puri”, visitano l’inferno e il paradiso “celeste”, passando oltre il purgatorio, e alla fine sbarcano nella “terra promessa”, che però in Majakovskij è la stessa di prima, solo trasfigurata dal socialismo, un paradiso terrestre possibile, accessibile già sulla terra, grazie agli ideali di uguaglianza che hanno ispirato la Rivoluzione d’ottobre.
… e un work in progress per il teatro e le società a venire
Ma la particolarità di Mistero buffo è stata il suo voler essere e rimanere viva e aperta, una sorta di work in progress, destinata ad evolversi a seconda delle epoche sociali. Quello stesso spirito con cui Dario Fo pubblica il suo Mistero Buffo nel 1969, con altrettante innovazioni linguistiche e col suo umorismo sardonico.
Majakovskij, autore versatile e complesso
Tornando alle opere di Vladimir Majakovskij, ricordiamo i poemi di propaganda proletaria come Bene! e Lenin, e le commedie ome espressioni critiche del mondo piccolo-borghese. L’ultima opera di Majakovskij, è invece un ritorno alla poesia, il prologo di un poema incompiuto, A piena voce, del 1930, poco prima del suicidio.
Vive la trascinante esperienza della Rivoluzione d’ottobre con l’insurrezione guidata da Lenin e Lev Trocki che portano al rovesciamento del governo provvisorio di Aleksandr Kerenskij e alla conquista del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, instaurando il primo Stato socialista della storia.
Nel giro di pochi anni, tocca con mano, però, l’irrigidimento del partito che amplifica sempre di più il proprio apparato burocratico, perdendo l’entusiasmo e la freschezza degli ideali rivoluzionari che lo avevano sostenuto, anche grazie ad artisti come Majakovskij, che poco a poco non vi si riconosce più. Iniziano i contrasti, i controlli, le censure da parte di Stalin. La delusione politica, insieme a dispiaceri personali e all’infatuazione per la giovane attrice Veronica Polonskaja, sua amante, che rifiuta di divorziare dal marito per sposarlo, lo portano a decidere di spararsi un colpo al cuore il 14 aprile 1930.

Majakovskij e l’influenza su Brecht, il Teatro dell’Assurdo e Carmelo Bene
Tante le innovazioni nella sua eredità scenica: dalla distruzione della Quarta Parete in cui l’attore non imita la realtà, ma si pone come elemento disturbante, agitatore. Nella sua piece teatrale, come La cimice (1928) e nella commedia Il bagno (1929), gli attori si rivolgono direttamente al pubblico, interrompono lo spettacolo, scendono in platea tra gli spettatori, pongono loro domande o creano situazioni imbarazzanti. Andare a teatro non è più un piacevole passatempo ma un inquietante imprevisto.
Altro elemento fondamentale è la concezione del teatro come arma politica e sociale: anticipa il teatro agit-prop (agitazione e propaganda), portando l’arte fuori dai teatri tradizionali, nelle strade, nelle fabbriche e nelle piazze. I suoi testi attaccano apertamente burocrazia e autoritarismo.
Terzo aspetto da considerare è la sua estetica grottesca e meccanica, in cui la drammaturgia parla per invettive, dialoghi brevi e incisivi, slogan. Il ritmo sincopato, le scenografie geometriche e l’uso di macchinari, i costumi che richiamano gli oggetti delle tecnologia che avanza fondono istanze del Futurismo e del Costruttivismo. Emerge il suo coraggio sul piano sperimentale e dei contenuti, in grado di influenzare autori come Bertolt Brecht, che darà vita al teatro epico, ma anche gli autori del Teatro dell’Assurdo e, in Italia, Carmelo Bene, che si richiama al suo stile e alla sua concezione dell’attore come corpo che domina lo spazio e il tempo.
Terminiamo con un’altra sua celebre frase:
L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo.
Cover e foto centrale: Vladimir Majakovskij, foto dal web. Terza foto: @Zani-Casadio
Una scena di Il defunto odiava i pettegolezzi, della compagnia tetrale Menoventi (2021) e dedicata all’autore e basato sul romanzo di Serena Vitale, edito da Adelphi.
